Chiara Vitetta

Archivio per la categoria ‘Mestiere esordiente’

“Apri gli occhi” secondo i lettori (5)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 11 luglio 2011

Buongiorno naviganti,

oggi vi segnalo un’altra recensione di “Apri gli occhi” scritta da un lettore.

Tra le varie recensioni che vi ho segnalato, alcune era spontanee, proprio come questa. Non vi nascondo che fa particolarmente piacere leggere una bella recensione spontanea. :-)

Grazie a Luca Favaro per averla scritta e pubblicata sul suo blog.

Per leggere la recensione cliccate qui.

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Due libri per l’estate

Pubblicato da Chiara Vitetta su 7 luglio 2011

L’estate si avvicina e di sicuro molti di voi approfitteranno delle vacanze per leggere qualche libro più del solito. Visto il successo de “L’oblio della ragione” (1000 copie vendute) non solo ho cambiato editore per allargare i miei orizzonti, ma ho deciso di fare degli sconti speciali sulle ultime copie della vecchia edizione.
Interessati? Spero proprio di sì! :-) Per i primi 5 di voi che si faranno vivi in privato a questo indirizzo: webmaster@chiaravitetta.com manifestando il proprio interesse, sono disponibili entrambi i miei libri editi da Edizioni del Poggio al prezzo speciale di 17 €.
Il prezzo di copertina è 11,50 € (L’oblio della ragione) e 12,50 € (Apri gli occhi) e la spedizione costa 1,48 € (con il piego di libri). Con questa offerta risparmiereste 8,48 €.
Se poi gli interessati fossero anche disposti a scrivere la recensione di uno dei due libri (a scelta), il prezzo scenderebbe ulteriormente a 14 € con un risparmio di 11,48 €.
La recensione dovrebbe essere pubblicata su un blog, un sito personale o su anobii.
Vi ricordo, come sempre, l’importanza di dare una possibilità agli scrittori italiani emergenti che sgomitano in questo covo di lupi per farsi notare ed acquisire preziosi lettori.
Ah, quasi dimenticavo: ovviamente si tratta di copie con dedica! ;-)
E chissà che un giorno queste ultime copie de “L’oblio della ragione” non varranno qualcosa… ;-)

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“L’oblio della ragione” cambia editore

Pubblicato da Chiara Vitetta su 4 luglio 2011

L’oblio della ragione – Racconti di inevitabile follia ha cambiato editore. Questa nuova edizione, edita da MGE (Meligrana Giuseppe Editore) è differente da quella pubblicata da Edizioni del Poggio nel 2008 e negli anni successivi. Si tratta di una versione riveduta e ampliata attraverso l’aggiunta di un terzo racconto, Non guardarmi. La raccolta in origine prevedeva già questa terza storia, ma esigenze tecniche dell’editore precedente hanno determinato l’esclusione di uno dei tre racconti.

Questa la nuova quarta di copertina:

Il dolore, la violenza e la disperazione possono spingere chiunque sull’orlo dell’abisso. Oltre l’abisso, il buio, e nel buio un’inevitabile follia.
È nel buio che si perdono i protagonisti di “Giustizia”, “Non guardarmi” e “Blackout”, tre storie di violenza, dolore e disperazione. Matt è un giovane condannato a morte. Ha compiuto un terribile delitto di cui si rifiuta di spiegare le ragioni e la sua vita ha da tempo perso ogni senso.
Sarah è una donna adulta che si ammala all’improvviso. Gli occhi pieni di pietà di chi la osserva diventano presto un’ossessione terribile, capace persino di far passare in secondo piano la malattia che la affligge.
Mike è un padre che ama smisuratamente il figlio di cinque anni. Per questo amore immenso che è l’unica cosa che dà un senso alla sua vita è disposto a tutto, anche a distruggere la sua stessa esistenza.
Sovrastati dal dolore, sopraffatti dagli eventi, spinti dalla vita verso un terribile destino, i protagonisti di queste storie vedranno la ragione scivolare lentamente nell’oblio in favore di una follia devastante.
Tre storie terribili viste attraverso i protagonisti, nella cui testa il lettore può leggere i pensieri e le angosce, le paure e i tormenti; tre storie che dimostrano come anche nella mente più sana possa calare il buio della follia.

È possibile leggere un anteprima del libro cliccando qui.

L’edizione cartacea del libro ha un costo di 10€, mentre l’ebook, presto disponibile, costerà 2,99€. Entro pochi giorni sarà possibile acquistarlo dal sito dell’editore, da bol, ibs, amazon e vari altri siti in diversi formati.

Tutti gli acquirenti sono naturalmente invitati a passare da qui, se ne avessero voglia, a lasciare un parere sul libro a fine lettura. La sincerità di ognuno avrà naturalmente la mia approvazione e i miei sentiti ringraziamenti.

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La pseudocultura di convenienza – Conclusioni

Pubblicato da Chiara Vitetta su 26 maggio 2011

Buongiorno miei affezionati lettori,
siamo arrivati, dopo quattro faticosi e tristi capitoli, a tirare le somme. Tramite il racconto fedele delle quattro esperienza classificate come “Pseudocultura di convenienza”, vi ho permesso di entrare nel mio mondo vivendo quelle delusioni che hanno costellato i mesi successivi al primo traguardo della mia carriera di scrittrice.
Non vi racconterò bugie, non starò qui a dire a tutti voi, specie agli aspiranti scrittori, che le delusioni si sono limitate a quei quattro episodi, né che da un certo momento in poi la strada è stata in discesa… sarò sincera, come sempre. A chi crede che il mio percorso sia utile per capire come funzionino le cose nel mercato editoriale attuale, consiglio di aprire bene le orecchie.

Ho quasi 26 anni, due pubblicazioni (senza contributo, ovviamente!) all’attivo, un sito internet ben avviato e seguito, sporadiche collaborazioni con radio web, siti letterari, riviste e molto altro. De “L’oblio della ragione” ho venduto 1000 copie, “Apri gli occhi” è stato pubblicato da troppo poco tempo per avere numeri da snocciolare, ma posso dire che sta riscuotendo un successo maggiore rispetto all’opera d’esordio.
A sentire cosa si dice nell’ambiente, 1000 copie per un esordiente al giorno d’oggi sono un ottimo traguardo. Sudato, direi. I piccoli editori hanno poche possibilità, dico sempre. Ed è vero, tant’é che quasi sempre un esordiente che vende 1000 libri è arrivato a tanto facendosi il proverbiale mazzo. E questo è il mio caso.
Ragazzi, io non sono stata con le mani in mano. Bibliotecari, librari, nessun rappresentante della pseudocultura di convenienza è stato capace di fermarmi.
Fiere del libro in giro per l’Italia, discorsi appassionati con chiunque mi capitasse sotto tiro alle fiere e non, tentativi a volte disperati di far capire alle persone l’importanza di acquistare libri di scrittori sconosciuti e la differenza tra pubblicazioni a pagamento e non. E credete che mi sia fermata qui? Niente affatto!
Da quando esiste questo sito ho risposto a centinaia e centinaia di e-mail di aspiranti scrittori spaesati e disperati. Ho cercato di spiegare come funziona questo sistema e ho messo la mia esperienza a disposizione di tutti.
Ho dato consigli su lettere di presentazione, ho fornito liste di editori, ho corretto romanzi sgrammaticati, ho rassicurato scrittori insicuri e disseminato fiducia e forza, spero. Tutto questo, perché?
Sono sicura che chi mi segue con costanza sa bene perché faccio tutto questo. Per chi non fosse un assiduo frequentatore di questo sito, invece, ecco pronta la risposta: passione, passione smisurata.
Avete presente “Così vorresti fare lo scrittore?”, la poesia di Charles Bukowski? Beh, vi rinfresco la memoria:

Così vorresti fare lo scrittore?

E così vorresti fare lo scrittore?
Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo
a meno che non ti venga dritto
dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.

Se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.

Se lo fai solo per soldi o per fama,
non farlo
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.

Se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
Se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
Se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.

Se devi aspettare che ti esca come un ruggito,
allora aspetta pazientemente.
Se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos’altro
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.

Non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e
pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento

le biblioteche del mondo
hanno sbadigliato
fino ad addormentarsi per tipi come te
non aggiungerti a loro
non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
Quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sè e continuerà finchè tu morirai o morirà in te.

Non c’è altro modo
e non c’è mai stato.

(Charles Bukowski)

Chiaro il concetto? Non ci sono porte sbattute in faccia che possano fermare chi sa qual è la sua strada ed ha la passione che lo conduce per mano attraverso le insidie.
Indigniamoci per la pseudocultura di convenienza, raccontiamo a tutti gli episodi ingiusti di cui siamo vittime, l’ignoranza imperante che cerchiamo di sconfiggere con la nostra cultura, raccontiamo l’ipocrisia e prendiamocela con questi colossi editoriali dediti al profitto ad ogni costo ma, finito di fare questo, andiamo avanti.
Gli esseri umani migliori sono quelli che imparano. Piangiamo e disperiamoci pure, ma poi permettiamo ai “no” di formare il nostro carattere e alle difficoltà di rafforzarlo.
Dopo tante delusioni come le quattro già raccontate, ne ho vissute molte altre, ma il mio atteggiamento è cambiato. In qualche modo credo di essere passata oltre, di aver guadagnato qualcosa. Succederà anche a voi, se saprete imparare e non arrendervi davanti a niente.
E un giorno, a forza di imporre al mondo tutta la nostra passione, miei cari amici scrittori, anche la pseudocultura di convenienza si arrenderà.
Parafrasando una bellissima frase di Jim Morrison:
“Un giorno, anche la guerra si inchinerà di fronte ai nostri libri*.”
Buona lotta a tutti!

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* la frase originale di Jim Morrison è: “Un giorno anche la guerra si inchinerà al suono di una chitarra.”
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Leggi i quattro capitoli della Pseudocultura di convenienza:
Capitolo 1
Capitolo 2
Capitolo 3
Capitolo 4

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Video della presentazione di “Apri gli occhi” (8 maggio 2011 – Caffè della Arti – Catanzaro)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 17 maggio 2011

Ebbene sì, a grande richiesta ecco tutto per voi il video integrale della serata di presentazione di “Apri gli occhi” dell’8 maggio 2011. Colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente i presenti, specie quelli che hanno fatto molti chilometri soltanto per me! :-)

Grazie anche a chi avrebbe tanto voluto esserci ma non ha potuto. Il dispiacere di alcuni assenti è valso quanto i chilometri fatti dai presenti.

Grazie a Gianluca e Nunzio, impareggiabili padroni di casa. La cultura pulsa ancora di vita grazie a persone come loro.

Auguro a tutti voi una buona visione, ma soprattutto un buon ascolto. Vedrete che guardare e ascoltare questo video sarà un po’ come esserci stati. ;-)

Cliccate qui per visualizzare la playlist.

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“Apri gli occhi” secondo i lettori (4)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 14 maggio 2011

Come dico sempre, i pareri dei lettori sono molto importanti. Ne raccolgo ogni giorno di diversi su entrambi i miei libri, ed è sempre bello scoprire quanta voglia abbiano le persone di comunicare le loro sensazioni post-lettura. Anche le critiche sono bene accette, naturalmente. :-)
Oggi vi propongo una recensione scritta da Luca, il webmaster dell’Isola della poesia, un sito che ormai dovreste conoscere anche voi, viste le tante occasioni che ho colto per parlarvene. ;-)

Potete leggere la recensione cliccando sull’immagine qui sotto.

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“Apri gli occhi” su “Il Quotidiano”

Pubblicato da Chiara Vitetta su 11 maggio 2011

Salve naviganti,
dopo la presentazione di “Apri gli occhi” dell’8maggio 2011, è uscito un articolo su “Il quotidiano” di Catanzaro. Ringrazio Franca Fortunato, che ho conosciuto quella sera e che ha scritto l’articolo.

Per ingrandirlo e leggerlo con comodità basta cliccarci sopra.

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 4)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 3 maggio 2011

Eccomi di nuovo tra voi, pronta a raccontare un altro episodio della pseudocultura di convenienza.
Il quarto capitolo è quello a cui penso con più tristezza…

Dunque, poco tempo dopo l’episodio raccontato nel Capitolo 3, mi trovo davanti una buona occasione: tramite un amico giornalista che mi ha già aiutato a far conoscere il mio libro, si palesa la possibilità di partecipare ad un programma televisivo che parla di libri. Si tratta naturalmente di una trasmissione in una tv locale, ma è comunque una buona occasione per farsi conoscere.

Questo amico giornalista, che qui chiamerò Carmelo, ha contatti con molti conduttori di programmi televisivi, con altri giornalisti come lui e con la città intera, mi sa. Di sua spontanea volontà decide che vuole procurarmi questa intervista in tv, così chiama più volte chi si occupa di queste cose per parlare di me. Le telefonate avvengono a volte in mia presenza, e con un certo fastidio noto che le risposte di chi sta dall’altra parte del telefono sono evasive e tendono a rimandare pur di non dire un secco no.
Tutto questo non sembra avere una ragione degna di essere espressa, ma comunque Carmelo insiste. Mi chiedo cosa si debba fare per arrivare a partecipare a questi programmi… Cosa si deve fare o chi si deve essere per arrivare a quel livello lì? Eppure è solo una piccola tv locale, mica canale 5!!!
Insondabili misteri ci avvolgono…

Carmelo insiste, insiste, insiste. Passa qualche settimana e lui ancora chiama e insiste. Un giorno, mentre siamo insieme, Carmelo chiama di nuovo. È l’ennessima volta, ma in questo caso ha pianificato qualcosa, perché ha una copia del mio libro in tasca e chiama direttamente il conduttore della trasmissione, non più segretarie o aiutanti vari.
Appena chiusa la comunicazione mi dice: “Vieni, andiamo da questo amico.”
Mi spiega che Giuseppe (nome fittizio) abita lì vicino e che andiamo a parlare con lui per ottenere questa intervista in tv.
Camminiamo per meno di cinque minuti prima di arrivare a casa di Giuseppe.
Saliamo le scale e raggiungiamo il piano giusto. L’uomo che ci fa entrare è proprio Giuseppe. Ha modi sbrigativi ed è avaro di sorrisi. Sembra che abbia un po’ di fretta.
Non ci stringe la mano, non si sofferma un attimo a salutare Carmelo, ci fa subito entrare in casa facendoci strada verso il suo studio.
Ho il tempo di notare un corridoio buio con mobili pesanti di legno scuro e qualche soprammobile di porcellana su centrini bianchi fatti a mano.
In un attimo eccoci nello studio.
WOW… è il paradiso! In una stanza molto grande e spaziosa, una scrivania di legno massiccio troneggia davanti alla finestra che si trova sulla parete di destra. Le altre tre pareti sono completamente ingombre di libri stipati stretti stretti in librerie che partono da terra e arrivano al soffitto. Sono centinaia di titoli, la maggior parte dei quali sembrano antichi.
Anche la scrivania è ingombra di libri, e poi c’è un computer, carte varie e neanche un centimetro di spazio libero.
Giuseppe arriva dritto dritto alla scrivania e si piazza dietro di essa rimanendo tutto il tempo in piedi.
Ci sono alcune sedie nella stanza, ma anche quelle sono ingombre di libri e fogli svolazzanti, così rimaniamo in piedi anche noi. Giuseppe si giustifica in qualche modo dell’impossibilità di farci sedere, ma a Carmelo importa poco, vuole arrivare subito al punto. Neppure risponde alle scuse per le sedie ingombre, ma dopo un veloce come stai? seguito da pochi altri sbrigativi convenevoli, comincia a parlare di me. Mi presenta ed io allungo a Giuseppe la mano sopra la scrivania dietro cui si trova ancora, rigorosamente in piedi. Mi stringe la mano abbozzando un sorriso.
Carmelo parla del mio libro, degli articoli che mi riguardano pubblicati su vari giornali, poi dice quanto mi crede brava eccetera eccetera. Mi vende bene, insomma. Io ascolto e osservo.
La successiva mossa di Carmelo è di chiedere in modo diretto a Giuseppe se vuole ospitarmi nella trasmissione per presentare il libro.
A questo punto si mostra più affabile e disponibile e sfodera anche un incerto sorriso.
“Certo, come no! Possiamo organizzare per la prossima settimana, dovrei avere un buco libero.”
Ottimo, non mi aspettavo dicesse questo.
Carmelo aggiunge qualche notizia sul mio libro e spiega come potrebbe essere svolto il discorso in proposito. Non che voglia rubargli il mestiere, non è proprio tipo; vuole solo fargli capire di che libro si tratti, visto che lui l’ha già letto.
In quel momento mi viene in mente una cosa importante, anzi, la cosa più importante di tutte. A me non interessa solo parlare del libro, a me interessa soprattutto spiegare qualcosina su come si pubblica, sull’editoria a pagamento e via dicendo. Lo dico a Giuseppe chiedendogli se sia possibile affrontare anche questo argomento nella trasmissione. Spiego anche che io ho pubblicato senza pagare e che credo sia importantissimo parlare delle difficoltà che riguardano questo aspetto della mia esperienza. Giuseppe abbassa gli occhi, poi dice:
“Anch’io ho pubblicato due libri. Due raccolte di poesie.”
“Ah sì?” rispondo sinceramente interessata. Un collega! Penso poi.
“Sì, solo che io ho pagato…”
Ahi, non mi è piaciuto affatto il tono di voce… non mi piace neppure l’espressione affranta.
Non dico nulla, Carmelo mi salva cambiando discorso. Chiede conferma dell’intervista dicendo che dovremmo scambiarci i numeri. Giuseppe risponde subito:
“Sì, certo.” Risponde rivolgendosi a me. “Dammi il tuo numero che ti chiamo io appena so quando si può fare.”
Gli detto il numero, che lui segna su un foglietto di carta, e poi gli chiedo se sarà lui ad intervistarmi o a condurre il programma. Dice sì.
A quel punto, Carmelo tira fuori dall’ampia tasca dell’impermeabile la sua copia del mio libro e la porge a Giuseppe. Ecco a cosa gli serviva!
Credevo che almeno lo sforzo di spendere 11 euro e 50 centesimi Giuseppe l’avrebbe fatto! Poi però mi dico: se Carmelo gli ha portato la sua copia, significa che sa come funzionano queste cose… sa che non l’avrebbe comprato in ogni caso.
Carmelo gli porge il libro dicendo:
“Ti lascio la mia copia, così intanto lo leggi.”
Ma Giuseppe risponde:
“No, non c’è bisogno, poi me lo riassumi tu!”
Vorrei dire qualcosa, ma le parole mi muoiono in gola. Vuole fare una trasmissione per parlare di un libro che neppure ha letto? Vuole il riassunto? Ma stiamo scherzando?
Anche Carmelo non dice nulla. Giuseppe ci accompagna alla porta.
Prima di uscire mi conferma, senza che io gli abbia chiesto nulla, che mi chiamerà per l’intervista.
Ovviamente, non l’ho più sentito.

Scendendo le scale ripenso allo studio pieno di libri…
Penso che forse tutti quei volumi sono un’eredità paterna, eredità che forse non ha portato con sé la passione, ma solo l’oggetto che l’ha mossa.
Eredità o no, avrà letto qualcuno di quei libri? Ma no, si sarà fatto fare il riassunto da qualcuno…!

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Leggi il Capitolo 1
Leggi il Capitolo 2
Leggi il Capitolo 3
Leggi le Conclusioni

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 3)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 19 aprile 2011

Eccoci al terzo capitolo della pseudocultura di convenienza. Pronti?
Bene.

Dopo essere stata nelle librerie, ho pensato di passare alle biblioteche. Se in libreria l’obiettivo è il profitto, in biblioteca dovrebbe essere tutt’altro, no? Sì, in teoria sì, ma l’esperienza insegna che teoria e pratica sono diverse come la realtà dai sogni.
Comunque ho deciso di tentare, ancora convinta che da qualche parte nella mia città la cultura riuscisse ad averla vinta con la convenienza.
Senza pregiudizi di sorta né aspettative troppo alte sono sono andata per prima cosa nella biblioteca che frequento. Per intenderci, nella mia città di biblioteche ce ne sono due, e credetemi, sono anche troppe considerando la quantità di persone che leggono!
Comunque un bel giorno vado in biblioteca portando con me due copie del mio libro, una locandina e una bella pila di segnalibro pubblicitari. Chiedo subito di parlare con il direttore ed entro pochi minuti arriva. Neppure mi invita ad entrare nel suo ufficio o a sedermi da qualche parte, mi chiede direttamente cosa voglio lì dove siamo, vale a dire in mezzo ai piedi, proprio davanti all’ascensore vicino al bancone dietro cui le ragazze che si occupano della biblioteca sono schierate davanti agli schermi dei loro pc. Sul momento non faccio caso a questa poca considerazione, cerco di concentrarmi su ciò che sto dicendo.
Il direttore della biblioteca è un uomo sulla sessantina, alto e molto magro, con pochi capelli grigi e occhi azzurri che spiccano sul un viso lungo e dai lineamenti delicati. Porta degli occhiali con la montatura sottile e ha una vocina piccola piccola e modi lenti. È serafico, questo è il primo aggettivo che mi viene in mente quando lo vedo. Poi penso che altri non è che l’uomo che legge sempre il giornale nella sala di lettura che entrando si trova subito a destra. Lo vedo spesso, ma solo quel giorno scopro che è il direttore.
Mi presento e inizio a palargli del mio libro. Mi ascolta, ma pare abbia fretta e non gliene freghi un tubo. Beh, questa seconda cosa la noto in un secondo momento, a freddo. A caldo cerco di concentrarmi sulle parole da scegliere e sul tono della mia voce. Gli spiego che ho pubblicato senza contributo. Attimo di paura, ripenso al libraio…
No no, lui lo sa che significa, almeno! Dice qualcosa come: “Brava, questo significa molto. È un bel traguardo. Complimenti.”
Ringrazio ma non posso fare a meno di pensare che anche il libraio ha detto qualcosa di simile ad un certo punto. Sorvolo e continuo a parlare. Mi chiede chi sia l’editore e di cosa parli il libro ed io rispondo con naturalezza dicendogli poi che una copia è per lui, che gliela regalo. Grosso errore: quella copia non verrà letta, non verrà sfogliata, non avrà neppure l’onore di essere lasciata a prendere polvere nella libreria di casa sua…
Ringrazia, prende il libro e se lo rigira tra le mani. Nel frattempo gli chiedo se posso lasciare una locandina, un libro da donare alla biblioteca e dei segnalibro da regalare a chiunque li voglia. Dice sì a tutto, anzi, mi fa attaccare la locandina proprio in quel momento alla bacheca che c’è accanto a noi. Provvedo, poi gli accenno una mia idea: visto che hanno una sala conferenze adatta allo scopo, mi piacerebbe, se fosse possibile, fare una presentazione lì.
“Certo, come no? Fatti dare un modulo da quella ragazza e prenota la sala” risponde. Quasi si entusiasma, lo vedo interessato… troppo interessato, in effetti. Un attimo prima era indifferente e quasi assente, ora è interessato. Qui gatta ci cova. Sorvolo, non è il momento di chiedersi dove sia la fregatura.
Subito penso che una presentazione ha bisogno di un relatore e gli chiedo se sarebbe disposto ad occuparsene. Spero dica di sì, perché ho idea che le altre persone a cui potrei chiederlo non accetterebbero.
Senza neppure pensarci dice no, che lui non si occupa proprio di queste cose. E va bene, troverò un altro relatore, in qualche modo. Non mi fa domande, io non ho altro da dire, così lo saluto e gli dico che per la presentazione prenoterò subito la sala. Va via con il mio libro sotto braccio. Si dirige nella solita sala lettura… scommetto che il giornale è lì che lo aspetta.
La ragazza che il direttore mi ha indicato mi dà un modulo da riempire. Dopo una decina di minuti, a modulo riempito la ragazza mi informa che per la sala sono 100 euro… ma posso pagare dopo, non devo preoccuparmi. Ah, ecco! La cultura, la cultura! Già, la cultura… ecco spiegato l’interesse del direttore.
“Ah sì?” dico senza dissimulare sorpresa e disapprovazione. “Non lo sapevo! Allora non mi interessa, puoi strappare il modulo.” E glielo restituisco.
Cavolo, se devo spendere 100 euro per la sala la presentazione la faccio come e dove dico io, e non in un edificio pubblico in cui dovrebbe interessare la cultura anziché il profitto!
La ragazza mi guarda stupita, ovviamente non si aspettava affatto la mia reazione.
Ci pensa un minuto, poi mi dice: “Aspetta un attimo.” E si allontana.
E ora? Aspetto.
Torna qualche minuto dopo dicendo: “Il direttore ha detto che va bene così.”
“Che vuol dire?” chiedo, basita.
“Non devi pagare la sala, va bene così.”
Tuttora, a ripensarci, non capisco questa cosa. Qualcuno può illuminarmi? Sono nel buio.
Comunque dico grazie e vado via.

Tornando qualche giorno dopo mi guardo intorno. Hanno archiviato il mio libro, che ora ha il suo codice ed è al suo posto nello scaffale, ma… un momento! Qui ce ne sono due copie!!! … Ok, un respiro profondo e contare fino a 178993272836418168, poi forse potrò evitare di andare a sbranare il serafico direttore che ha avuto la magnifica pensata di donare la sua copia alla biblioteca.
Non vado via immediatamente perché devo restituire un libro, ma il mio umore è nero pece e quello che sto vedendo non aiuta. La locandina è già stata tolta, tanto per cominciare. E poi…
Accanto al bancone c’è un scaffale abbastanza grande nel quale vengono esposti in bella vista i nuovi acquisti e libri più richiesti. E il mio libro, che oltre ad avere bisogno di visibilità è anche una nuova uscita e un nuovo arrivato nella biblioteca, perché non è lì? Perché sono passati e rimasti per mesi libri di scrittori del luogo e il mio invece non ha neppure sfiorato quello scaffale?
Caspita, mi aiutano proprio! E dire che non gli costerebbe nulla!
Ma per quel giorno ne ho avuto abbastanza, così restituisco il libro, saluto ed esco.
Ah, aria fresca non contaminata da pseudocultura di convenienza!

Passano dei giorni ed io rimugino. Cerco anche un relatore per la presentazione, ma le uniche persone adatte dicono no, perché questi eventi secondo loro nella nostra città sono solo parate. Non mi dicono di rinunciare, ma mi informano con delicatezza che a Vibo alle presentazioni vanno due gatti, neppure quattro. C’è disinteresse, dicono. Persone sagge, avevano ragione da vendere.
Tra il disinteresse del direttore, l’aiuto assente, il relatore che non si trova, decido di annullare tutto. Ad essere onesta, l’atmosfera poco culturale e la collaborazione pari a zero mi hanno spinta a non tentare nemmeno, specie perché ho deciso di non voler avere a che fare con questa gente. E poi anche l’orgoglio vuole la sua parte, che diamine!
Annullo la presentazione e un giorno, non ricordo neppure se fossi lì proprio per questo o invece per restituire qualche libro, sono costretta a contare di nuovo fino a numeri improbabili.
Certo al direttore non sono rimasta tanto impressa, perché al momento di dire a qualcuno chi sono per rispondere ad una domanda diretta, annaspa alla ricerca del mio nome… lo fulmino con lo sguardo, ma è un fulmine sprecato, perché dalla vergogna guarda a terra e poi mi chiama signorina Villella o qualcosa di simile. Cavolo, gli sono rimasta proprio impressa, eh! Vorrei correggerlo mettendo nella mia voce tutto l’astio di cui sono capace, ma mi esce dalla bocca un tono rassegnato e stanco.
Lui si imbarazza ancora di più e poi a testa bassa si allontana.
Dovrebbe vergognarsi di non avermi detto la verità, cioè che se ne infischia di me e del mio libro e che non ha alcuna intenzione di aiutarmi seppure non gli costi assolutamente nulla. Ma che mi aspetto da gente del genere, dopotutto?
Vado via sconsolata, sono un sospirare con gambe e braccia che cammina per il mondo.

Eppure, signori miei, non mi fermo.
Rimugino, rimugino, rimugino ancora e i giorni passano. Poi mi dico che non è giusto, che dovrei almeno ricevere lo stesso trattamento degli altri! Lungi da me, ormai, pretendere un trattamento di favore per i miei meriti, non sia mai!
E insomma prendo il coraggio a quattro mani e torno in biblioteca. Stavolta gli dico quello che penso, altroché! Prometto a me stessa entrando.
Chiedo di lui mi indirizzano nel suo ufficio. Ha un ufficio? Ma dai, non vive nella sala di lettura incollato al giornale? Strano!
Sono nervosa, ma mi contengo bene. Risoluta è la parola adatta. Sono risoluta, sì. Entro e mi siedo. Devo dirgli di nuovo chi sono, perché lo vedo dalla faccia che non si ricorda… E va bene, cerchiamo di non pensarci.
Vado subito al punto e gli dico chiaro e tondo che sono rimasta delusa, che mi aspettavo un minimo di collaborazione da lui.
Tutto mi aspettavo, meno che la faccia che fa… è calmissimo, accenna un sorrisetto e scuote la testa.
“Per esempio?”
“Avreste potuto lasciare la locandina per qualche giorno in più, mettere il libro nello scaffale delle novità per dargli un po’ di visibilità, parlarne alla gente che frequenta la biblioteca.”
“Non è stato messo nello scaffale?” chiede, sempre calmissimo. Ha la faccia di chi se ne sbatte dell’universo e tutto gli scivola addosso. Gli darei due schiaffi per svegliarlo, ma è la sua mente che sembra dormire, per cui immagino che non servirebbe a nulla.
“No” il mio tono è stato secco, credo che la rabbia si inizi a sentire.
“Uscendo dica lei stessa alle ragazze di metterlo.”
Neanche lo sforzo di dire due parole ai tuoi dipendenti vuoi fare, eh? Mi sa che dovesti tornare a leggere il giornale!
Poi, oltre le mie aspettative mi chiede:
“E la presentazione quando la fai?”
“Non ho trovato un relatore e quindi l’ho annullata.”
Non dice niente. Già, perché lui non si occupa di queste cose.
Il discorso in qualche modo finisce sulle fiere del libro e mi dice che loro presenziano ad alcune fiere in qualità di biblioteca regionale. Mi propone di parlare con una signora che se ne occupa e lasciarle delle copie per la fiera.
Sì sì, certo. Oggettivamente la proposta è buona, ma sono così nauseata dai sui atteggiamenti da avere un immediato e spontaneo rifiuto per qualunque sua proposta.
Ringrazio, dico che ci penserò e lo saluto. Esco dal suo ufficio pensando che è stata una perdita di tempo, che non si può cavare sangue da una rapa e che nella mia città anche con le biblioteche ho decisamente chiuso, non ho alcuna voglia di tentare con l’altra.
Prima di tornare a casa e rigirarmi nella mia delusione, dico alle ragazze di mettere il libo in vista. Ordini del direttore, dico.
Rispondono che lo faranno a momenti ed io decido in quell’istante che non tornerò a controllare, chi se ne frega! Di alcuni tipi di aiuto si può decisamente fare a meno.
L’avventura sarebbe finita qui, almeno per mia volontà, ma un ultimo episodio, del tutto casuale, ha chiuso in bellezza questo terzo capitolo della pseudocultura di convenienza.

Alcuni mesi dopo essere stata nel suo ufficio, accompagno un amico ad una presentazione nella sala conferenze della biblioteca. Non ero mai stata ad una presentazione, ma quella non è la giusta occasione per cominciare… se volete leggere la cronaca di quel giorno, leggete questo vecchio post.
Quello che sto raccontarvi non l’ho scritto in quella cronaca, perché non aveva alcuna attinenza con la presentazione in sé, ed era invece legato a tutto quello che vi ho appena raccontato.

Arrivo un po’ prima dell’inizio della presentazione insieme al mio amico, che conosce sia il direttore della biblioteca che tutte le personalità del luogo, dagli assessori al sindaco. Davanti al tavolo delle conferenze quattro o cinque uomini dai sessanta in su chiacchierano tranquillamente.
Ci avviciniamo perché il mio amico, che qui chiamerò Antonio, vuole salutarli. Non sa che conosco il direttore, ma ho idea che il direttore stesso non sappia di conoscermi… Comunque ci avviciniamo e vengo presentata a tutti.
“Questa giovane è una scrittrice vibonese molto promettente, si chiama Chiara Vitetta.”
Do la mano a tutti e quando arriva il momento di stringere quella del direttore lo guardo male. Non so di preciso cosa abbia visto nel mio sguardo, so solo che non l’ho controllato, perché non ne avevo affatto voglia. Anche questa volta ha abbassato lo sguardo ed è sprofondato nell’imbarazzo, poi ha detto con la sua vocina flebile:
“Ah, sì, mi pare di ricordare… non sei venuta a portare qui un libro?”
Toh, gli pare addirittura di ricordare!
In un attimo di sincera cattiveria rispondo: “Sì, gliene ho anche regalata una copia. L’ha letto, no?”
È incredibile, ma tante volte anche se mentire spudoratamente farebbe fare bella figura, le persone non riescono a farlo e si affidano ad una bugia di medie dimensioni.
“Sì, mi sembra… gli ho dato un’occhiata, ricordo qualcosa…” L’imbarazzo permane.
Mi maledico perché sono troppo buona e cerco sempre di togliere le persone dall’imbarazzo e di metterle a proprio agio, ma in realtà vorrei tendergli un tranello e smascherarlo. Vorrei chiedergli ad esempio, così, a bruciapelo, quale delle mie storie abbia preferito, se la prima, la seconda o la terza… (il mio libro ne contiene solo due).
Invece lascio correre, non dico nulla e permetto agli altri presenti di far predominare i loro discorsi. Quale minuto dopo mi allontano e vado a sedermi. Non so come mi sento… né voglio pensarci.
Un quarto d’ora dopo tutti prendono posto. Al centro del tavolo siederà il relatore principale, colui che gestirà la presentazione.
Non sono affatto stupita quando vedo il direttore della biblioteca sedere proprio al posto centrale.
Guarda un po’, non era lui quello che non si occupava di queste cose?

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La pseudocultura di convenienza (Capitolo 2)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 13 aprile 2011


Ero ancora agli inizi, poco dopo aver preso la prima batosta con Gioia, quando mi è caduta addosso la seconda realtà che non mi aspettavo.
Come ero ingenua, a quei tempi! Sono passati appena un paio d’anni, eppure ripensandoci quasi mi fanno tenerezza le sciocche idee che mi ronzavano in testa. Credevo di avere un diritto e di poterlo esercitare, credevo che mi sarebbe stato riconosciuto un certo merito e di conseguenza che alcune porte si sarebbero aperte al mio passaggio.
Dopo la prima presentazione fallita (vedi post La pseudocultura di convenienza – Capitolo 1), ho deciso che era arrivato il momento di far girare un po’ i miei libri. Come potete immaginare, uno dei primi passi in questi casi è portare le copie nelle librerie.
La distribuzione del mio editore non è capillare, perciò nella mia zona ho deciso di fornire io i libri alle librerie. Sotto consiglio dell’editore sono andata a chiedere se fossero interessati a ritirare i libri dal distributore prendendoli in conto deposito, ma tra i tanti librari con cui ho parlato, nessuno ha voluto seguire questo iter. Comunque quasi tutti si sono resi disponibili a tenere i libri in libreria se li avessi forniti io. Bene…
Primo pensiero: le copie che io ho acquistato dall’editore e che ho intenzione di vendere hanno un costo.
Secondo pensiero: se le vendessi direttamente io guadagnerei il 50% del prezzo di copertina.
Terzo pensiero: per una questione di immagine ma anche di praticità, è bene fornire le copie ai librai.
Quarto pensiero: due rapidi conti… quando l’autore fornisce personalmente i libri alle librerie, i librai in genere trattengono per sé il 30% del prezzo di copertina, l’autore prende il resto. Considerando che nel mio caso il 50% del prezzo di copertina è per me un costo e detraendo anche il 30% che prende il libraio, mi rimane il 20%.
Quinto pensiero: non scrivo per soldi, non pubblico per soldi, non diffondo i miei libri per soldi.
Sesto pensiero: però, cazzo, vorrei anche che i guadagni altrui sul mio lavoro fossero meritati!
E invece… invece il libraio, comodo comodo sulla sua sedia, senza ritirare libri, assumersi un rischio, impegnarsi per vendere, pubblicizzare, né tanto meno sporcarsi le manine aprendo uno scatolone, guadagna il suo buon 30% pulito pulito, in sostanza il 10% più di quanto entra in tasca a me, che ho girato per librerie, quasi pregato librai, fornito i libri con il rischio concreto di vedermeli restituiti in condizioni pietose, ingoiato bocconi amari eccetera eccetera.
Ma va bene, va bene… va bene anche questo.

Una volta concluso questo ragionamento e aver stabilito che salvo rari casi il gioco vale la candela, decido di fornire dieci librerie nell’arco di un centinaio di chilometri. Detto, fatto. Non vi racconterò tutte queste esperienze, prima di tutto perché molte si somigliano, e poi perché ad un certo punto ho imparato a non aspettarmi nulla di buono e ho cambiato approccio. Il mio fegato ne è felice, ve lo assicuro.
In rappresentanza della categoria dei librai, ho scelto di raccontarvi l’esperienza più significativa. È stata anche la prima, ed è di certo servita ad accumulare una bella dose di veleno, ma anche di esperienza.
Pronti? Andiamo!

Un libro che vuole arrivare ai lettori deve essere in libreria, questa è l’idea con la quale un bel giorno di gennaio varco la soglia di una stanzetta piccola piccola con dentro un vecchietto poco promettente. È un bugigattolo di libreria e il tizio che la gestisce è vecchiotto non per l’età (avrà una sessantina d’anni portati male) quanto per lo sguardo. Sembra vecchio dentro, insomma, e decisamente non brilla in intelligenza, questa è la mia impressione. In passato, prima di questo bugigattolo poco distante c’era una libreria magnifica, a due piani, con il secondo piano costituito da un soppalco in legno scuro con una balaustra massiccia dalla quale affacciarsi e vedere libri, libri e ancora libri. Entrarci significava immergersi in un altro tempo, in un luogo magico nel quale i raggi del sole della tarda mattina illuminavano il pulviscolo e davano luce ai libri. Era un luogo nato certamente dalla passione per la lettura e dentro si trovava di tutto. Fu lì che comprai molti dei miei primi libri. Quando anni dopo finì l’incanto della libreria da sogno, mi sentii triste e pensai che un pezzo della nostra città era perso per sempre. Da allora, al suo posto c’è un negozio di vestiti di una nota marca. Niente più libri, niente più soppalco di legno né balaustra da cui affacciarsi. Vorrei avere delle foto di quel luogo lontano nel tempo, ma non ne ho nessuna.
Ma adesso basta con la poesia dei tempi passati, torniamo alla realtà.
Mi aspettavo di trovare un uomo di cultura in quella libreria, perlomeno una persona curiosa, intelligente e capace e invece il bugigattolo esprime anche la piccolezza del libraio, quella della sua mente da commerciante, commerciante neanche furbo. Se fosse un macellaio, sarebbe vegetariano, non so se mi spiego… I libri per lui sono prodotti qualsiasi, alla stregua di mobili di legno, ortaggi o bulloni. È una figura triste, quest’uomo, e così mi appare da subito.
Entro accompagnata da qualche copia del mio libro, da una locandina e da qualche segnalibro pubblicitario. Mi presento e spiego che sono una sua concittadina e che il mio primo libro è stato pubblicato da poco. Tengo subito a spiegargli che la mia è una pubblicazione senza contributo.
Mi guarda senza capire… Senza contributo? sembra dire il suo sguardo. Che cosa dovrebbe significare? Come se avessi a che fare con un bambino stupido, aggiungo: “Non ho pagato per pubblicare!”
Sbalordimento, quasi shock sul suo viso. “Ah sì? E come si fa?”
Ragazzi, con questa frase ho fatto ridere molti, ma vi prego di restare seri, qui la situazione è tragica!
Non mi scompongo, ma resto basita. Cavolo, vendi libri da anni e non sai neppure quale sia il lavoro di un editore?
Comunque rispondo: “Significa che un editore ha letto il libro, l’ha trovato valido e ha deciso di investirci dei soldi.” Niente da fare, è scioccato, mi guarda ed è come se non mi credesse. Comincio ad indignarmi: ma pensa davvero che i libri si pubblichino tutti con il sistema usato nella nostra città dagli scrittorucoli della domenica? Crede davvero che funzioni così? No, non può essere!
“È così che dovrebbe funzionare! È questa la via normale, non pubblicare pagando!” aggiungo. Ma è la sua faccia che mi lascia con un palmo di naso, neanche il suo silenzio!
Poi finalmente risponde: “Ah, allora deve essere davvero brava! Complimenti!”
Non mi aspettavo questa risposta, ma sul momento riesco persino a credere che davvero pensi quello che ha detto e che quindi abbia un minimo di interesse per il mio libro. Dice anche che i talenti del luogo andrebbero valorizzati e via via snocciola una serie di concetti ammirevoli ma che suonano finti.
Gli chiedo se vuole ritirarne delle copie ma dice di no, che le terrebbe lì solo se gliele fornissi io.
E va bene… gliene lascio cinque e gliene regalo una. Errore, grosso errore. Sarà una copia perduta, sprecata, buttata in uno scaffale a fare la muffa e ingiallire senza essere mai sfogliata da anima viva. Non la leggerà mai. Gli chiedo se può esporre il libro e mettere in bella vista la locandina e magari parlare del libro ai suoi clienti. Potrebbe dire che sono giovane, che sono di Vibo e chissà che così qualcuno non si incuriosisca. Povera illusa! Figuriamoci come ci si può incuriosire dell’ennesimo libo di una scrittrice vibonese! Eccone un’altra, penseranno tutti, perché data la situazione la pubblicazione di un libro qui non ha alcun valore. Ma a quel tempo tutto questo non mi era affatto chiaro…

Il libraio mi rassicura (secondo lui) dicendo che il mio libro riceverà lo stesso trattamento degli altri di autori del luogo: tre giorni sul bancone accanto alla cassa, una settimana in vetrina, poi via nello scaffale più nascosto del bugigattolo (che fosse il più nascosto l’ho scoperto solo dopo…)
Bene bene, lo stesso trattamento degli altri… alla faccia dei bei discorsi! Allora sono brava, allora mi si deve valorizzare, allora merito e bla bla bla… parole, soltanto parole. Parole vuote come i suoi occhi privi di curiosità. Non la vede la mia determinazione? E la passione, l’orgoglio, non vede che mi brillano gli occhi quando parlo del mio libro? Ma in fondo cosa posso aspettarmi da lui? Dovrebbe farmi pena e invece mi dà fastidio, ma solo in profondità. In superficie penso che va bene, anche se vorrei ricevere un trattamento diverso da chi ha pagato o in alternativa che mi dicesse in faccia che non gliene frega nulla del mio libro e delle mie lotte e che per lui sono anch’io una scrittrice della domenica. O comunque il silenzio sarebbe stato meglio delle finte lusinghe.
E invece no, mi liscia e sfoggia ipocrisia.
Ma io ringrazio, saluto e me ne vado, che altro posso fare?

So che per i primi tre giorni il mio libro è stato sul bancone, poi l’ho visto in vetrina per alcuni altri giorni, finché… finché sono ripassata e nella vetrina ho visto ben altro!
Sono entrata alquanto incazzata senza sapere cosa stessi facendo. Dopotutto mi aveva avvertita, no? Avrei ricevuto lo stesso trattamento degli altri!
Eppure quella vetrina… quella vetrina diceva tutto.
Una volta dentro gli ho detto che mi aspettavo un trattamento migliore. Che avrebbe potuto tenerlo più tempo in vetrina o sul bancone, ad esempio! Ma non era quello il problema, davvero! Era la vetrina, la vetrina mi tormentava, la vetrina diceva tutto di lui.
E poi le sue parole, una frase tra tante rappresentativa di una scena che non vale davvero la pena raccontare nei dettagli:
“Signorina, guardi che lei ha avuto lo stesso trattamento di Umberto Eco!”
E lì avrei voluto prenderlo per il collo.
L’ultimo libro di Umberto Eco era dietro di me, in bella mostra su un ripiano basso in mezzo ad altre novità. Era lì da mesi, secondo la mia memoria.
Ho riso, ma mi sarei messa a piangere dalla rabbia. Con che faccia ha potuto dirlo? Ma cos’altro mi aspettavo, povera ingenua?
Ho mormorato un “sì, certo” sconsolato e gli ho detto che volevo indietro i miei libri. Grazie, me li vendo da sola piuttosto che far guadagnare qualche spicciolo a te!
Li ho portati via e da quel giorno ho gestito le mie aspettative in maniera diversa.
Uscendo dal bugigattolo nel quale non avrei più messo piede, ho pensato ai libri di Umberto Eco messi in bella vista. Anche quando non saranno più nella zona delle novità, ho pensato, saranno nello scaffale relativo al genere letterario o alla nazionalità dell’autore. Il mio libro, invece, finisce dritto nello scaffale degli scrittori vibonesi della domenica, scrittori che oltretutto scrivono tutta roba che ha a che fare con la regione, dalle poesie dialettali agli antichi proverbi.
L’ultima cosa che faccio prima di tornare spedita a casa è soffermarmi a guardare la vetrina.
Dove prima c’era il mio libro insieme ad altri sei di vario genere, quel giorno c’erano sette e dico sette copie dello stesso libro, una lettura in quel periodo molto in voga. Una non sarebbe bastata, neppure due o tre. Sette copie dello stesso libro hanno tolto spazio a sette autori che forse di quella pubblicità avrebbero avuto bisogno. SETTE, signori e signori, sette!
Se avessi avuto una macchina fotografica con me, avrei fatto una foto a quella vetrina. E invece ho potuto fotografarla solo mentalmente, e l’ho messa accanto alla foto della magnifica libreria del passato. Sul file archiviato nella mia memoria che contiene quelle foto c’è scritto: “La decadenza della cultura, istantanee del cambiamento”.

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