La fine di un anno porta spesso a fare dei bilanci, così inevitabilmente mi sono accorta, pensando e ripensando, che tra le altre cose, nel 2010 ho imparato che non è poi una cattiva idea scrivere “a soggetto” o sotto forzatura. Certo, c’è un limite a tutto e ogni scrittore ha le sue attitudini e i suoi gusti, ma il 2010 è stato per me l’anno dei racconti non propriamente spontanei. Ho scritto “Elettra”, “Toni”, “Il gene della sconfitta” e “Metello” per partecipare a quattro diversi concorsi letterari; ho scritto “Pioggia” per onorare un bel ricordo e provare a scrivere una storia di fantasmi, e poi ho scritto la poesia che sto per proporvi, e in questo caso è stato per fare un regalo di compleanno. L’ho scritta per S.V., un amico, oltre che un bravo e apprezzato musicista. Gli ho regalato questa poesia, quindi è sua, per cui potete leggerla solo grazie alla sua gentile concessione. Lo ringrazio di avermi permesso di diffonderla e spero che vi piaccia.
Buona lettura!
Il clarinettista
(dedicata a S.V.)
Arriva calmo,
ignaro del ritardo.
Lento il passo e fiero il portamento.
Non si guarda intorno:
non importa il pubblico,
ma ciò che deve dargli.
Delicato monta il suo strumento
occhi di luce sul suo viso,
sorriso lieve sulle sue labbra.
È pronto e sa che dovrà dare tutto
e tirar via dal clarinetto amato
non note, ma dolori o gioie,
non melodie ma essenze di emozioni.
Sa che tutto dovrà passare
dal suo cuore su fino alle labbra
e che anche le sue dita avranno un bel daffare.
Suona e chiude gli occhi:
non ha bisogno di vedere il pubblico,
ha imparato a suonare anche in solitudine
le sue nenie tormentate.
Suona e dimentica il mondo,
e sono le sue angosce ad accompagnar le note
e poi le sue paure,
finché non si dissolve ogni zavorra.
Finito il pezzo esce,
più leggero e più felice
di quando è giunto.
Sa che c’erano orecchie chiuse,
ma anche altre spalancate.
Sa dei cuori vuoti e striminziti
che non ha toccato,
ma conosce anche quelli grandi, gonfi e vivi,
pulsanti di tutte le emozioni che ha suonato.
Sa delle menti aperte
e degli occhi lucidi di emozione.
Lo sa.
Sa che gli applausi
- sottofondo della sua uscita -
in gran parte sono eco e imitazione,
ma non per questo apprezza meno
le mani sincere.
Adesso tutti a casa,
lo spettacolo è finito!
Chi può vada a sognare
le sue nenie o quelle dell’artista,
chi no dorma il suo sonno spento
e vuoto di colori.
E altrove riposa il clarinetto
e riposa il suonatore,
mezzo di arte che si rende viva
per risvegliare i sogni ed i sospiri.
(Chiara Vitetta)











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