Chiara Vitetta

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Toni

Pubblicato da Chiara Vitetta su 25 ottobre 2010

Quello che state per leggere è un racconto che ho scritto per partecipare ad un concorso letterario. Il limite di caratteri (5000) rappresentava già una notevole difficoltà, ma non era la sola, infatti il concorso era a tema: bisognava scrivere un racconto che parlasse del rapporto che gli animali hanno con gli esseri umani. Difficile, davvero! Ma non avevo nulla da perdere, così ho provato. Non ho vinto nulla, ma scrivere è sempre un piacere, e poi anche questi esperimenti, a volte, insegnano qualcosa.
Vi auguro buona lettura, e vi invito ad esprimere il vostro parere sul racconto, se ne avete voglia. Sono sempre pronta ad ascoltare i lettori e non ho alcuna paura di eventuali critiche. Insomma, sbizzarritevi! ;-)
Buona lettura!

Dipingere è il mio hobby da anni, ormai.
Negli ultimi mesi ho anche intensificato questo piccolo piacere disponendomi a dipingere a varie ore del giorno. Sono in pensione, quindi ho molto tempo libero. Inoltre vivo solo, per cui nessuno mi disturba. Beh, in realtà vivevo solo, perché adesso un coinquilino ce l’ho: Toni. Ma lui non disturba mai, le sue intrusioni sono un piacevole diversivo.
Toni è un corvo nero come la pece e bello come la notte. Lui ha scelto me, non il contrario. Non l’ho acquistato, l’ho adottato. Lascio la finestra aperta quando dipingo, e un giorno è entrato nella stanza questo animaletto nero. Mi ha fatto un cra cra di saluto, mi ha svolazzato intorno, ha ispezionato me e ogni oggetto della stanza e infine ha decretato che quella sarebbe stata la sua casa da quel momento in avanti. Per sempre. O almeno spero.
L’ho accolto con gran piacere perché mi ha affascinato da subito. Voleva la mia attenzione, e quando non l’aveva, sapeva come prendersela.
Un giorno, impegnato nel dipingere un soggetto difficile, non badai molto a lui. Mi ero abituato a vederlo entrare, gironzolare volando o zampettando nella stanza, fare qualche cra cra e poi andar via. Beh, presto cominciai a dargli da mangiare delle granaglie comprate proprio per lui. Le gradiva molto, devo dire.
Ogni volta che non gli davo retta, dava segni di inquietudine con qualche cra cra più del solito o uno svolazzare particolare. Mi faceva sorridere. La cosa più divertente, però, era quando si spazientiva davvero molto. A quel punto volava verso di me e senza che potessi far nulla per evitarlo, rubava il pennello che avevo in mano. La prima volta che lo fece restai di sasso.
Prese a svolazzare in tondo per la stanza con il pennello sporco di colore nel becco. Risi e gli dissi:
- E va bene, adesso hai la mia attenzione, posso riavere il mio pennello? -
E, incredibile a dirsi, si posò sul cavalletto e liberò delicatamente il pennello facendolo cadere vicino alla tavolozza. Stentavo a crederci. Il suo cra cra, subito dopo, mi convinse a dargli qualche granaglia in premio. Premio per lo spettacolo offerto, suppongo.
Non credevo di sentirmi solo prima di avere Toni con me. Sono un tipo solitario, questo è innegabile, ma non tale da prendermi un animaletto domestico. Toni non è propriamente domestico, visto che va e viene quando gli pare e piace, ma in qualche modo mi appartiene, e ormai io appartengo a lui.
È davvero incredibile quanto ci si possa affezionare ad un animale. Diventa un amico, una compagnia di cui non si può più fare a meno, una volta provato.
Ed è per questo che sono così triste, oggi: Toni è sparito da giorni. Lo aspetto vicino alla finestra, non dipingo neppure, sto solo lì fermo a guardare il cielo sperando di vederlo arrivare. Niente piume nere all’orizzonte né cra cra in avvicinamento. Mi sento molto solo, senza il mio piccolo amico.
Ho pensato di attirarlo con delle granaglie, e così ne ho messo un mucchietto sul davanzale, ma non credo che servirà: se non viene da me, avrà un buon motivo. Spero non sia morto.

Non vedo Toni da una settimana. Non mi sono sentito bene, in questi giorni, e neppure oggi mi sento in gran forma. Ho voglia di starmene a letto e basta, così ho sistemato una brandina nella stanza in cui dipingo. È ottobre, inizia a fare freddo. La finestra non la chiuderò lo stesso. Il mucchietto di granaglie è lì, inattaccato.
Mi sento come quel mucchietto di granaglie: piccolo, inutile, non voluto, in attesa.

Toni manca da dieci giorni. Chissà che brutta fine ha fatto il mio amico. La natura è crudele, davvero… Beh, magari andrò in un negozio di animali a comprare un canarino o un pappagallo, domani.

Alcuni giorni fa ho ripreso a dipingere. Non avevo voglia di rimettermi a lavoro sulla vecchia tela, così l’ho messa da parte e ho iniziato un nuovo quadro. Stavo facendo gli ultimi ritocchi quando ho sentito un familiare cra cra in lontananza. Ho alzato gli occhi dalla tela puntandoli alla finestra chiusa e ho visto un corvo, in lontananza. Sono corso ad aprire la finestra e in quel momento Toni si è posato sul davanzale. La mia gioia è stata grande. Ho sorriso ai suoi molti cra cra e l’ho guardato entrare nella stanza e gironzolare qua e là come se fosse mancato solo un giorno. Poi si è fermato ad osservare la nuova tela. Vedendo che non mi muovevo da dove mi trovavo, ma lo guardavo e sorridevo, prese nel becco il pennello che avevo lasciato sulla tavolozza e me lo portò. Lo lasciò cadere sul davanzale della finestra, da dove ero rimasto a fissarlo. Presi il pennello, tornai davanti al cavalletto e ultimai il dipinto con un paio di pennellate. Tornai da Toni e gli porsi il braccio. Avrebbe capito? Ma sì, il mio intelligente amico capì al volo. Saltò sul mio braccio e si fece portare davanti alla tela, su cui campeggiava il disegno di un corvo nero come la pece e bello come la notte, poggiato su un braccio che avrebbe potuto benissimo essere il mio.

(Chiara Vitetta)

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Elettra

Pubblicato da Chiara Vitetta su 26 settembre 2010

Ho scritto “Elettra” ad ottobre del 2009 con l’intento di partecipare al concorso “Emozioni in bianco e nero – Storie di carta 2010″ indetto dalla Edizioni del Poggio. Arrivato finalista tra oltre 3000 racconti, è stato pubblicato nell’antologia che racchiude in totale 30 racconti brevi di vari generi, 30 poesie e 30 fiabe. Spero vi piaccia! :-) Buona lettura.

All’inizio il personale dell’ospedale sapeva solo il suo nome: Elettra. Dopo qualche settimana tutti pensavano che fosse una strana ragazza e che sembrasse non avere di meglio da fare che passare gran parte delle sue giornate a parlare e tenere la mano ai malati. Di solito si trattata di individui prossimi alla morte, ma non era una regola.
Elettra arrivava sempre cinque minuti prima dell’inizio dell’orario di visita mattutino e pomeridiano e andava via solo qualche istante prima della fine di quelle due ore. I primi giorni passò inosservata: non aveva niente di diverso rispetto ad un visitatore comune, ma presto cominciò a passare da una stanza all’altra, intrattenendosi a chiacchierare ora con uno, ora con un altro malato. Passava anche di reparto in reparto, e fu a quel punto che qualcuno si chiese: Che ci fa lei qui? E Chi è?, ma nessuno aveva il coraggio di chiederlo direttamente a lei. Ogni imbarazzo ha una fine, e così era arrivato il giorno in cui un infermiere le si era accostato per farle la fatidica domanda:
- Mi scusi, ma lei chi è? – Aveva chiesto Donato, l’infermiere neoassunto. Senza peli sulla lingua era arrivato dritto al punto.
- Elettra. – Aveva risposto con semplicità la ragazza. Non aveva sorriso e non aveva aggiunto nulla, lo aveva solo guardato con curiosità. Mentre Donato aspettava di sapere altro, credendo che la sua domanda avrebbe aperto tutte le porte, Elettra si accorse che non se la sarebbe cavata pronunciando solo il suo nome.
- Vengo qui a tenere compagnia ai malati soli, quelli che non hanno nessuno. – Poi alzò le spalle in un gesto che sembrava una giustificazione.
Donato non seppe come ribattere, pensò che fosse un bel gesto quello che la ragazza compiva ogni giorno, le sorrise e si congedò augurandole una buona giornata.

Elettra non sembrava avere un criterio preciso: andava da anziani e bambini, da persone molto malate, ma anche da chi si era solo rotto una gamba. Sulle prime Donato non capì. Lei aveva detto di voler tenere compagnia ai malati soli, ma andava a trovare spesso anche persone che avevano già qualche familiare attorno al letto, anche se riusciva sempre ad arrivare quando tutti erano andati via. Donato aveva notato, dopo una considerevole quantità di giorni, che Elettra passava la maggior parte del tempo accanto ai malati terminali. Spesso morivano quando lei era con loro, e questo cominciava a sembrare strano a chi aveva abbastanza acume da accorgersene. Finiva poi che gli stessi dotati di quell’acume potevano ben vedere che non tutti quelli a cui Elettra faceva visita morivano. Poteva mai essere un Angelo della morte come quelle infermiere che facevano iniezioni letali ai pazienti molto malati per farli smettere di soffrire? Donato archiviò quel brutto pensiero, convinto di sbagliarsi.

Elettra entrava e usciva da quell’ospedale da tre mesi e sapeva bene di dover smettere.
Doveva spostarsi in un’altra città, o presto qualcuno avrebbe cominciato a nutrire sospetti e a fare indagini su di lei. Le indagini significavano smettere, e lei non poteva smettere, assolutamente.
Entrò nella stanza del signor Fanelli e chiuse la porta. Aveva bisogno di silenzio e pace per fare quello che doveva.
La stanza era per tre persone, ma in quel momento solo un letto era occupato. Il signor Fanelli, settantunenne gravemente malato, era steso, immobile come un morto. Elettra portò una sedia accanto al suo letto, si sedette, sospirò e prese tra le sue la mano del vecchio. Era fredda e ruvida. Lui era sveglio, ma poco presente. La guardò con gratitudine e abbozzò un sorriso storto. Era il massimo che potesse fare, considerato il dolore che lo devastava.
Lei gli sorrise, poi chiuse gli occhi e cercò di concentrarsi come le avevano insegnato. Ci volle un minuto, poi sentì nella sua mente quello che il vecchio avrebbe sentito se fosse stato sveglio e presente. Elettra aggrottò la fronte, storse la bocca e si agitò sulla sedia: non era una bella sensazione sentire l’infelicità e il dolore, la solitudine e l’insoddisfazione. Non sapeva perché né chi le avesse dato quel dono, ma lo possedeva da sempre, e lo avrebbe usato nel modo che riteneva più utile. Sapeva con certezza che quell’uomo stava per morire. Era come un profumo, un odore unico che identificava la morte, e lei lo sentiva. E non si era mai sbagliata. Non poteva guarire né alleviare la sofferenza del corpo, ma poteva rendere la morte qualcosa di bello. Era come un inganno, ma era la cosa migliore da fare con il suo dono, o perlomeno la migliore che le fosse venuta in mente.
Si concentrò ancora di più e scavò nella mente del signor Fanelli. Era come cercare un interruttore in una stanza buia: tastava dove presumibilmente avrebbe dovuto esserci il bottone giusto e non si fermava finché non lo trovava. A quel punto lo premeva e tutto avveniva da sé. Aveva imparato a seguire un filo rosso di ricordi nella mente delle persone, sapendo che quel filo l’avrebbe condotta ai desideri irrealizzati, ai rimpianti, alle ragioni dell’insoddisfazione di chi stava morendo e non aveva più tempo per cambiare il corso degli eventi.
Elettra voleva che almeno per un attimo chi era stato infelice conoscesse la sensazione stupenda della propria vita che scorre sul binario giusto. Seguiva il filo dell’insoddisfazione, dei rimpianti e dell’infelicità fino ad arrivare alla loro causa. A chi le avesse chiesto spiegazioni su come facesse, non avrebbe saputo rispondere. Era intuito soprattutto, ma anche talento. Ed esercizio, questo di sicuro. Le prime volte non cavava un ragno dal buco e le persone che cercava di aiutare le morivano tra le braccia infelici e insoddisfatte. Lei continuava a provare, a scegliere persone sofferenti nell’anima oltre che nel corpo, ma fallì molte volte. Poi in qualche modo riuscì ad ottenere un risultato e da quel giorno, galvanizzata dal primo successo, affrontò con maggiore fiducia i tentativi seguenti.
Il signor Fanelli cominciò a gemere mentre Elettra prese tra mani immaginarie il filo rosso della sua insoddisfazione. Il monitor attaccato al suo gracile corpo malato prese a lampeggiare, e un attimo dopo un bip d’allarme segnalò che il cuore cominciava la sua discesa verso la morte.
Elettra cercò di rimanere concentrata e percorse centimetro per centimetro quel filo con le dita della sua mente. Arrivò giusto dove doveva proprio quando un’infermiera passava nel corridoio. Non poteva interrompere il suo faticoso compito, così non la chiamò, pur sapendo bene che così avrebbero pensato molto male di lei. Ebbe giusto il tempo di premere l’interruttore nella mente dell’uomo e vide come un breve film nella sua testa: un signor Fanelli giovane e bello suonava il pianoforte al centro del palco di un favoloso teatro pieno zeppo di gente. Suonava meravigliosamente, il pubblico applaudiva estasiato, all’esterno del teatro campeggiavano locandine con la sua foto e la frase: “Il più famoso e apprezzato pianista del nostro secolo si esibisce QUI!!!”. La sensazione era che le immagini scorressero alla velocità della luce.
Elettra vide il signor Fanelli che si inchinava davanti agli spettatori. Fiori gli volavano ai lati del corpo e una donna dalla prima fila gli mandava baci e sorrideva. Poi eccolo nel camerino, sorridente davanti allo specchio…
Una donna entra nella stanza. È bellissima e vestita elegantemente. Gli salta al collo e si baciano con passione. Se fosse un film adesso ci sarebbe una dissolvenza…

Elettra venne staccata dal signor Fanelli e le infermiere si diedero da fare intorno al malato cercando di salvargli la vita. Loro facevano il loro mestiere, Elettra compiva il suo destino. Mentre una giovane infermiera armeggiava con il defibrillatore, l’altra si fermò a guardare il viso del signor Fanelli. Guardava e non capiva. Strinse gli occhi, poi li riaprì, ma niente era cambiato: il signor Fanelli aveva sul volto un sorriso soddisfatto. Sembrava un uomo felice. Istintivamente l’infermiera guardò Elettra, ma non seppe mai spiegarsene la ragione.
Elettra uscì dalla stanza senza dire niente. I tentativi di rianimare il signor Fanelli furono tutti vani: Elettra non sbagliava mai, l’ora di quell’uomo era arrivata.

Nell’ospedale si cominciò a vociferare su Elettra. Le malelingue parlarono di iniezioni letali e angeli della morte, le persone più acute dissero che la cosa sicura era che la ragazza non aveva chiesto aiuto quando il paziente aveva avuto l’attacco. Questo era un problema oggettivo.
Lei tornò il giorno dopo: non poteva andare via da quella città senza occuparsi di Giampiero.
Giampiero era un simpatico signore di ottantacinque anni, gravemente malato, ma con la mente molto lucida. Elettra lo andava a trovare da tre mesi, praticamente lo conosceva dal giorno in cui aveva messo per la prima volta piede in quell’ospedale. Parlavano molto e a volte giocavano a domino. Lui vinceva sempre.
Elettra si era affezionata a quel signore dal sorriso dolce e dalla risata contagiosa; non aveva potuto evitarlo. Sapeva bene che Giampiero sarebbe morto presto, ma non aveva potuto fare a meno di volergli bene. Andò da lui e lo trovò sofferente e silenzioso nel suo letto accanto alla finestra. Nella stanza c’era un’altra persona, ma per fortuna era immersa nel sonno.
Nelle ultime settimane Giampiero era peggiorato molto. Il suo intestino aveva smesso del tutto di funzionare e le metastasi in tutto il suo corpo non facevano che moltiplicarsi. Presto aveva smesso di giocare a domino e di sorridere. Di ridere, poi, neanche a parlarne. Elettra si era intristita con la stessa velocità con cui la salute di Giampiero era peggiorata, e ogni volta che andava a trovarlo desiderava che smettesse presto di soffrire e potesse godere per qualche istante del suo aiuto. Giampiero passava da uno stato di delirio ad un dormiveglia agitato.
Elettra si sedette sul bordo del letto e lo abbracciò come poteva. Aveva il corpo ridotto ad un mucchietto d’ossa. Si staccò e gli prese una mano. Chiuse gli occhi. Cosa avrebbe visto? Cosa era mancato di più al vecchietto steso su quel letto? Cosa non era riuscito a rubare alla vita crudele che non concede niente? Sogni di gloria e uno splendido amore come per il signor Fanelli, che nella sua vita reale era stato solo un musicista per hobby con una moglie che non amava?
Elettra sapeva bene che ciò che faceva era quasi un trucco. Era come regalare un sogno terribilmente vivido, come imbrogliare, truccare le carte. Era per una buona causa, si diceva. E nessuno si sarebbe lamentato, aggiungeva. Quelle persone non avrebbero mai avuto il tempo di capire che si trattava di una sorta di sogno; per loro avrebbe costituito la realtà di un attimo che sarebbe bastata a soppiantare le insoddisfazioni di una vita.
Elettra si concentrò e trovò subito il filo rosso. Era una giornata buona. Lo seguì e presto si rese conto di quale interruttore avrebbe acceso la luce di una felicità che durava poco, ma di un poco che sarebbe bastato. Sentiva che il momento della morte di Giampiero era pericolosamente vicino. Lo sentì irrigidirsi, la sua mano strinse spasmodicamente quella di Elettra. Lei trasmise l’immagine e la guardò con lui.
Giampiero era solo al mondo. La moglie e la figlia erano morte prematuramente, l’una per una malattia improvvisa e l’altra per un incidente automobilistico. Lui desiderava ardentemente rivederle. Era come se sapesse di essere prossimo alla morte, perché ciò che la sua mente desiderava vedere era un immaginario paradiso fatto con un banale pavimento di nuvole, un cielo terso sopra la testa e sua moglie e sua figlia che gli correvano incontro.
Elettra aprì gli occhi e vide che Giampiero sorrideva beato. Gli tastò un lato del collo. Il cuore non batteva più.
Si alzò ed uscì dalla stanza pervasa da una profonda tristezza.
Sapeva che i sogni degli uomini a volte erano illogici o strambi, ma aveva sempre pensato che fossero sogni realizzabili. Alcuni forse erano davvero difficili da trasformare in realtà, ma in linea di massima erano cose fattibili. Poi si imbatteva in persone come Giampiero e la sua tristezza si faceva intensa.
Aveva sempre desiderato credere nell’aldilà, ma con il suo dono le era arrivata anche la certezza dell’ingenuità di quella credenza. Non esisteva niente, oltre la morte. La morte azzerava, cancellava, distruggeva. Oltre non c’era niente. Lei vedeva ben oltre la vita degli uomini, e sapeva.
Sapeva, e per questo viveva la sua vita su questa terra senza badare ad un aldilà o a ricompense in altre esistenze. E faceva del bene con il suo dono. Lo faceva perché l’amore era tutto ciò che restava agli uomini. L’amore, la felicità e i sogni da realizzare. Senza tutto questo l’uomo era un involucro vuoto da riempire d’aria. E la sua morte non avrebbe lasciato segni nel mondo.
Elettra uscì dall’ospedale e respirò a pieni polmoni l’aria fredda di un pomeriggio di dicembre. Aveva dei progetti da realizzare nella città in cui avrebbe vissuto dal giorno dopo in avanti.
Cominciò a camminare fantasticando sui sui sogni e facendo piani pratici per la loro realizzazione.
La sua vita non sarebbe stata vana, avrebbe fatto in modo che nessuno le dovesse tenere la mano per farle vivere un’illusione nei suoi ultimi istanti di vita.

(Chiara Vitetta)

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Tiro alla fune

Pubblicato da Chiara Vitetta su 5 marzo 2010

Lo stalking è un dramma molto diffuso, purtroppo. In Italia moltissime persone, specialmente donne, vengono perseguitate da ex fidanzati o ex mariti e subiscono ogni angheria immaginabile. Non sempre quella che chiamiamo “la legge” riesce ad aiutare queste persone, così viene spontanea la voglia di risolvere tutto da sé…
Ho provato ad immaginare una storia di questo tenore ed è venuto fuori “Tiro alla fune”. Si tratta di un racconto scritto tutto d’un fiato e in poche ore. Tra i tanti i racconti brevi che ho scritto, è uno dei miei preferiti.
Spero vi piaccia almeno la metà di quanto a me è piaciuto scriverlo.
Buona lettura!

I

Ad ogni cosa c’è un limite; credo che questa verità sia viva in ognuno di noi e che spesso si agiti nelle nostre viscere tra la rabbia e l’indignazione. Si sopporta sempre solo fino ad un certo punto e bisogna stare bene attenti all’arrivo del momento in cui la corda sta per spezzarsi.
Roberto era uno di quegli uomini che tirano le corde tutta la vita, uno strattone alla volta, e solo di rado mollano la presa giusto quel tanto perché chi sta dall’altra parte prenda fiato. Tirava da una vita intera mentre Linda, sua moglie da sei lunghi, lunghissimi anni, sopportava in silenzio.
Ma come si sa, ogni situazione è destinata a cambiare.
Il matrimonio era durato sei anni, tempo che per Roberto era stato come un soffio e per Linda come una lunga agonia. A voler essere precisi e sinceri come poche volte si può essere nella vita, il loro matrimonio era durato, per Linda, cinque anni e 364 giorni di troppo. Le ore e i minuti possiamo trascurarli, dopotutto.
Dall’infelice unione erano nati due bambini, Benedetta e Santo. Linda aveva pensato che quei nomi avrebbero attribuito ai figli delle doti che nella vita gli sarebbero servite molto. Sperava che la figlia fosse benedetta dalla Madonna e perciò protetta da uomini come Roberto e che il figlio sarebbe stato tanto santo da sopportare quel tipo di persone. I nomi, l’affetto e la bontà della madre non avevano purtroppo difeso i due piccoli dalle difficoltà della vita e dagli ingiusti imprevisti che prima o poi fanno capolino nell’esistenza di ogni essere umano.
Linda cercava in ogni modo di proteggerli, anche sopportando, ma niente migliorava quella situazione.
Aveva sopportato le botte, le umiliazioni, la gelosia ossessiva e le manie quotidiane di quell’uomo terribile. Aveva taciuto di fronte alle ingiustizie e fatto la brava casalinga muta disposta ad accettare ogni stramba regola o richiesta del marito padrone. Dopo le ferite all’anima e al cuore, anche quelle sul corpo avevano smesso di darle fastidio: erano diventate una cosa normale.
È proprio quando l’orrore si trasforma in normalità che la vita perde valore e smette di essere un piacere; questa era per Linda una verità inconfutabile.
La sua vita era diventata un inferno quotidiano subito dopo il matrimonio. Una macchia sul pavimento o una camicia stirata male significavano uno schiaffo arrivato all’improvviso o un pugno sul naso; un paio di pantaloni troppo attillati indossati per una cena fuori si tramutavano in pizzicotti o bruciature di sigarette in zone del corpo ben nascoste dagli abiti. Anche quando erano nati i loro due figli, Linda non aveva avuto pace. Durante la gravidanza aveva vissuto costantemente con la paura di un aborto causato dalle botte, ma alla fine tutto si era risolto bene e i bambini erano nati sani come pesci. Fortuna, probabilmente.
Anche quando erano nati i bambini Roberto non si era fermato. I maltrattamenti fisici si erano un po’ ridotti, ma quelli psicologici non erano mai cessati. Roberto continuava a dire a Linda quanto valesse poco o quanto fosse incapace, continuava a disprezzare la sua cucina, il suo modo di fare le faccende di casa, persino la sua poca iniziativa a letto. Quale e quanta iniziativa si potesse avere a letto con un uomo violento e cattivo come Roberto, per Linda era un vero mistero.
Cercava sempre di accontentarlo in tutto e a volte di rendersi invisibile per non disturbarlo. Diceva sì ad ogni sua proposta, dalla più ovvia alla più insolita. In quegli anni i no non facevano parte del vocabolario di Linda.
Eppure nulla riusciva a rendere Roberto sereno o felice, era costantemente preda delle proprie insicurezze ed alla continua ricerca di un piacere che solo la violenza sembrava riuscire a dargli.
Linda si dedicò da sola ai figli per anni cercando di arginare i soprusi e mantenere un’atmosfera serena attorno alle vite dei bambini, ma non era un’impresa facile. La presenza del padre li rendeva nervosi, inquieti e spaventati. Lo vedevano poco, ma quel poco bastava per cambiare il tenore delle loro giornate. Fortunatamente Roberto stava via da casa molte ore al giorno per via del suo lavoro, ma nelle ore in cui era presente, sapeva rifarsi del tempo perduto e creare un ambiente di terrore e angoscia che il resto della famiglia non riusciva a contrastare.
Ad un certo punto, apparentemente senza ragione, prese anche l’abitudine di bere molto. In quei casi Linda cercava di non stargli tra i piedi, ma quando era lui stesso a chiamarla non riusciva ad esimersi e le toccava avere a che fare con quell’uomo viscido e malvagio, osceno e volgare, che prestava attenzione solo al suo piacere e a cui non importava nulla della moglie.
Quando facevano l’amore lui era egoista e violento, del tutto disinteressato alla persona con cui stava per congiungersi. Linda si sentiva come un pezzo di carne morta, o peggio, come una bambola gonfiabile utile solo per soddisfare il piacere di un depravato. Tutto questo la annientava giorno dopo giorno, la faceva sentire a malapena viva, ma viva in modo spiacevole, doloroso e triste. Si sentiva piccola e inutile, incapace e brutta; si sentiva un nulla che cammina.

II

È davvero incredibile quanto ognuno di noi sia capace di sopportare e per quanto tempo. Vale per il dolore fisico o per quello psicologico, per i soprusi e per le ingiustizie. Siamo capaci di ingoiare una notevole dose di bocconi amari senza dire A, eppure prima o poi per molti vale l’immagine di una corda tesa che ad un certo punto si spezza o di un bicchiere che presto o tardi diventa colmo fino a che il contenuto trabocca.
Per Linda la sopportazione avrebbe potuto non avere limiti se il marito avesse continuato a prendersela solo con lei. Avrebbe anche sopportato una certa dose di sofferenza per i suoi bambini, ma non avrebbe mai potuto sopportare che venisse alzato un dito su di loro.
Roberto ebbe la sfrontatezza e la cattiveria necessaria per arrivare a tanto quando una sera in cui era particolarmente ubriaco e ce l’aveva con l’universo intero, la figlia osò disturbarlo con i suoi giochi rumorosi. Non che stesse facendo chissà quale fracasso, era abituata a giocare in sordina quando era presente il padre, ma per le orecchie di un ubriaco che cerca solo una scusa per lanciarsi contro qualcuno, il ciuff ciuff sommesso della bambina era decisamente troppo. La prese in braccio con un impeto e una velocità che fecero ammutolire la piccola. Scaraventò il trenino sul muro e poi scosse la figlia tanto da farle perdere i sensi; infine la scaraventò sul divano come un pupazzo di stoffa.
Linda sopraggiunse dopo aver sentito tutto quel trambusto, ma quando arrivò nella stanza la bambina aveva perso i sensi e il suo corpicino era riverso sul divano. Guardò suo marito e per la prima volta dopo anni lo vide come un estraneo e come un mostro. Lo vide per quello che era davvero e capì che non avrebbe più potuto sopportare niente da quell’uomo, che avrebbe dovuto cacciarlo e mettere una notevole distanza tra di loro.
- Cosa le hai fatto? – Urlò al marito. – Ha solo cinque anni, lo capisci? È solo una bambina!!! -
Era la prima volta che alzava la voce da quando erano sposati. La cosa creò un certo shock nell’uomo, che non si aspettava una reazione del genere dalla donnetta remissiva che aveva sposato. Rimase senza parole mentre Linda prendeva tra le braccia la bambina e la portava di corsa alla macchina e poi al pronto soccorso.
Tutto si risolse bene per la piccola e Linda non cambiò la decisione presa poco prima: non avrebbe più sopportato nulla da quell’uomo orribile.
È incredibile come la violenza che subiamo direttamente ci dia meno forza di reagire rispetto a quella perpetrata su chi amiamo.

III

La separazione tra i due coniugi era avvenuta tra mille difficoltà e nella sofferenza generale, in una situazione disperata nella quale Linda doveva continuamente difendersi da accuse infondate e cattive, proteggersi da ricatti e minacce e sopportare insulti. La legge, purtroppo, era dalla sua parte solo in teoria. Per quanto lanciasse i suoi soldi direttamente in bocca a quello squalo del suo avvocato come in un assurdo gioco a premi, non riceveva in cambio nulla, nemmeno un orsacchiotto. L’avvocato si riempiva la bocca di paroloni degni del più forbito dizionario forense, snocciolava leggi e regolamenti, decreti e clausole, ma la fine di quella storia non si vedeva mai. Ormai Roberto era diventato un’ingombrante presenza anche mentre era lontano.
Non vivevano più insieme, ma lui aveva il diritto di vedere i bambini: era il padre, dopotutto. Sempre che possa considerarsi tale un uomo che tratta i suoi figli come oggetti e non li degna neppure delle cure che dedicherebbe ad un pesce rosso in una bolla di vetro.
Di educazione, poi, neanche a parlarne. Linda faceva sempre una fatica immane a rimettere in riga i bambini quando rincasavano dopo un’uscita con Roberto.
Benedetta e Santo risentivano molto della situazione della famiglia sfasciata, specie perché stare con il padre li faceva sentire a disagio. Non erano mai stati abituati a passare del tempo soli con lui per intere ore, e adesso che erano quasi costretti a farlo non sembravano esserne lieti. Linda credeva che il marito volesse vedere i bambini solo per fare un dispetto a lei e presto ebbe la triste conferma della sua convinzione da Roberto stesso.
Lei non voleva più sapere nulla di lui, e per farlo uscire dalle loro vite aveva lottato con una forza che mai avrebbe creduto di possedere. Aveva dato fondo ad ogni sua risorsa per sopportare tutto ciò che era avvenuto dal momento in cui aveva comunicato al marito la sua decisione di lasciarlo. Aveva dovuto farlo in pubblico per evitare di essere ammazzata di botte, il che diceva tutto sull’uomo che aveva sposato.
Erano seguite minacce di ogni genere, telefonate nel cuore della notte, lettere piene di miele e bugie, valanghe di finte promesse. Pareva che Roberto senza di lei si sentisse perso. La mancanza di un oggetto animato su cui riversare la propria violenza e su cui rivalersi per sentirsi migliore era evidentemente una brutta botta per quell’uomo dallo scarso valore. Senza una persona da far sentire piccola piccola mentre lui si faceva grande e potente, Roberto era un nulla riempito di niente.
Passava dalle minacce alle preghiere, dalle urla ai pianti, dagli ordini alle suppliche con una velocità che faceva credere a Linda che soffrisse di qualche disturbo bipolare. Era totalmente fuori controllo e perduto senza di lei perché aveva perso il suo potere. Senza una vittima, ogni carnefice si scioglie come neve al sole.
Linda si stupiva di quei repentini cambiamenti di umore e tono di voce, perdeva il suo equilibrio di fronte ai pianti e alle suppliche perché le veniva il dubbio di essere in torto e di non avere il diritto di togliere ai figli quel padre pessimo, ma pur sempre sangue del loro sangue. Poi Roberto tornava ad essere cattivo e minaccioso come prima e lei capiva di essere una stupida illusa. In quei momenti le sue decisioni si rafforzavano.
Con il trascorrere dei mesi si era ripresa la sua vita, ma non era riuscita a staccare il marito dai figli. Aveva provato a chiedere perizie psicologiche, a parlare all’avvocato e al giudice di come quel padre fosse un cattivo esempio e un pericolo concreto per i bambini, ma niente era servito. Lui aveva le sue furbe trovate e i suoi avvocati d’assalto e soprattutto possedeva una riserva inestinguibile di odio a cui attingere. Era quell’odio verso la donna che aveva osato sciogliere le catene che li legavano, che alimentava le sue iniziative. Così aveva il diritto di vedere i figli, il che comunque gli consentiva in qualche modo di vedere anche la moglie, seppure spesso solo di sfuggita.
Quando i bambini trascorrevano del tempo con lui Linda era continuamente in preda all’ansia. Sapeva quanto poco si occupasse di loro ed era terrorizzata all’idea di Benedetta e Santo lasciati senza controllo; una bambina di cinque anni ed uno di tre nelle mani di un violento ubriacone gonfio di rabbia. Chissà poi quante cattiverie era capace di raccontare ai due piccoli sfortunati a proposito della madre degenere che aveva distrutto la famiglia!
I bambini tornavano a casa dopo un addestramento alla violenza e alla disobbedienza, urlavano e facevano i capricci, pronunciavano con gusto e frequenza una considerevole quantità di parolacce e pretendevano di comandare il mondo intero: ecco quello che Roberto dava ai suoi figli. Linda li raddrizzava piano piano, ma a volte, sconsolata e stanca, non diceva nulla e si lasciava cadere sul divano sospirando e chiudendo gli occhi mentre un concerto di strilli e parolacce le riempiva le orecchie. Anche le sue orecchie erano stanche, certi giorni. Le sembrava che in alcuni momenti fossero stanche anche le sue sopracciglia, i suoi capelli e le sue unghie. E c’erano i giorni in cui anche mangiare era una fatica troppo grande e alzarsi dal letto la mattina, poi, rappresentava la fatica per eccellenza.

IV

La corda che Roberto tirava era attaccata da qualche parte, ma Linda non aveva idea di dove. Pensava che in qualche modo la tenesse lei, ma non poteva essere così perché in quel caso Roberto sarebbe semplicemente caduto a terra con la corda moscia in mano: lei non tirava mai, né rendeva equilibrato quella specie di tiro alla fune.
Solo quando lo aveva lasciato aveva tirato molto dalla sua parte, poi non aveva fatto altro che tenere duro, ma senza guadagnare terreno, senza portare l’equilibrio a suo favore. Anche se aveva fatto molti passi avanti, le sembrava di non avere alcun controllo sulla situazione, di essere solo una sarta improvvisata, brava solo a mettere toppe qua e là. Che vestiti sarebbero venuti fuori dopo gli innumerevoli rattoppi? Anche il vestito più bello, se si continua a rammendare, diventa uno straccio. Dove aveva letto questa frase? Certo non nella carta dei cioccolatini… in qualche libro forse, chissà. Comunque la sua vita assomigliava ormai ad uno straccio, e più giorni passavano, più si rendeva conto che non poteva sopportare quella situazione ancora per molto. Le telefonate di Roberto, gli appostamenti, le minacce, gli sms e le lettere, a volte le rose spedite a casa e i messaggi vocali lasciati in segreteria, erano troppo. Era tutto troppo, e prima o poi, si diceva, la corda si sarebbe spezzata. Le persecuzioni le ricordavano l’ascendente che lui aveva su di lei, e quando se lo trovava vicino non poteva fare a meno di pensare che psicologicamente l’aveva avuta in pugno per anni. L’aveva comandata anche a distanza come si fa con una macchinina di quelle che Linda regalava a Benedetta e che piacevano tanto al piccolo Santo.
Era stata succube e vittima, bambina nelle mani di un orco e argilla nelle mani di un cattivo artista. Non sopportava l’idea di non aver vissuto se non attraverso le sue regole e le sue indicazioni, di avergli permesso di guidarla e di dirle cosa indossare o come muoversi. Quando ci pensava si sentiva infinitamente piccola e stupida, a volte persino indegna di vivere.
A volte le veniva un tale odio per quell’uomo terribile che pensava di esplodere ed era in quei momenti che progettava terribili soluzioni.
Linda era una persona onesta, e come tale, non avrebbe mai concesso alla parte cattiva di sé di fare del male all’ex marito, eppure in certe situazioni anche la persona più buona arriva al punto di dire a se stessa che dovrebbe mandare qualcuno a spezzare le gambe ad uno specifico individuo, ma fa due conti: il primo con la sua coscienza, il secondo con le conseguenze. Beh, a dirla tutta spesso funziona al contrario… comunque sì, Linda ci aveva pensato, e molto. Era stata così vicina a fare qualcosa di veramente brutto da avere paura di se stessa. Quasi non si era riconosciuta nella donna vendicativa e giustiziera che per un attimo era stata. Infine, però, la sua coscienza aveva avuto la meglio, l’angioletto sulla sua spalla sinistra aveva dato un poco angelico calcio nel didietro al diavoletto sulla spalla destra, e Linda si era messa l’anima in pace e aveva desistito. Ma ogni cosa è destinata a cambiare…
Gli insulti in pubblico davanti ai bambini rappresentarono la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Forse più che un vaso era una cisterna, ma anche il più grande recipiente, goccia a goccia, prima o poi finisce per riempirsi.
Qualche giorno prima aveva fatto l’ennesimo tentativo per allontanare Benedetta e Santo dal padre. Aveva incontrato due assistenti sociali che avrebbero parlato con i bambini per capire se effettivamente gli incontri con il padre risultassero dannosi. Uno dei due assistenti sociali le aveva garantito che se fosse risultato un pericolo concreto per l’equilibrio psicofisico dei bambini, molto probabilmente avrebbero perlomeno ottenuto che gli incontri avvenissero in presenza di un assistente sociale. Quando Roberto aveva saputo tutto questo si era imbestialito. La paura di perdere il legame con quella donna che ormai non controllava più ma che avrebbe rivoluto per sé lo aveva reso più rabbioso del solito.
Quel giorno si appostò sotto casa sua e quando la vide uscire la seguì fino al supermercato.
Linda stava facendo la spesa con i bambini. Mentre riempiva il carrello aveva visto venirgli incontro l’ex-marito, spavaldo e con un sorriso cattivo sul volto. Il cuore le si era fermato e poi aveva ripreso a battere scompostamente mancando un battito ogni tre.
Ferma e con le gambe che si stavano facendosi molli, Linda mise un braccio davanti ad ognuno dei suoi figli, che le stavano accanto, come per proteggerli dal padre.
Roberto non osò avvicinarsi, ma rimase a qualche passo da lei e prese a gridare:
- Ecco la puttana che porta i figli a spasso! Non me li vuoi fare vedere, eh puttana! Ma non credere che te li lascerò mai, loro sono anche miei e tu sei una grossa puttana pazza! -
Mentre la gente intorno guardava perplessa e preoccupata la scena, Linda si faceva piccola e arrossiva di vergogna. I bambini erano silenziosi e a disagio, un uomo che forse era il direttore del supermercato cominciò ad avvicinarsi. La preoccupazione era su ogni centimetro del suo volto.
Linda rimase ferma e silenziosa, schiacciata dalla vergogna e dagli insulti. Mentre il direttore cercava di calmare Roberto invitandolo ad abbassare i toni e ad uscire da lì, Linda abbassò la testa, accarezzò i capelli dei figli e li guardò con tristezza. Ecco chi hanno come padre… pensò con amarezza e pietà. E la colpa è mia, è tutta mia che ho sopportato per tanto, che non sono stata abbastanza forte per me e anche per loro, che sono rimasta vittima e come anestetizzata per anni. Mentre Roberto si scusava con il direttore e usciva dal supermercato imprecando ancora contro l’ex moglie che a detta sua gli impediva di vedere i figli per dispetto, Linda sentì le lacrime scenderle inesorabili lungo le guance.
- Andiamo a casa mamma? – Chiese timidamente Benedetta guardando Linda con due occhioni lucidi. Il carrello era quasi vuoto quanto il frigorifero che li aspettava a casa, eppure Linda decise di dare retta alla richiesta della bambina e prendendo i figli per mano uscì dal supermercato abbandonando il carrello lì dov’era. Mortificata e amareggiata, mentre allacciava la cintura di sicurezza pensava che era arrivato il momento di dire basta. Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

V

Linda non riconsiderò le gambe da rompere e via via tutta la serie di menomazioni da apportare anche solo temporaneamente al corpo di Roberto, pensò invece che la peggior tortura è quella che non tocca il corpo, ma la mente. Sapeva che le violenze fisiche non avrebbero piegato la volontà distruttiva e la voglia di controllo dell’ex-marito, così cercò soluzioni più sottili e soprattutto più efficaci.
Considerò che dopotutto aveva vissuto con lui sei anni, e in tutto quel tempo aveva imparato a conoscere suo marito, pregi e difetti, e sapeva bene quali tasti toccare per distruggerlo. C’era stata un’ingiustizia di troppo, si disse Linda. Fu in quel momento esatto che capì di aver preso la corda in mano: il vero tiro alla fune era appena cominciato.

VI

Non bisognerebbe mai far conoscere al nemico le proprie paure, chi fa la guerra lo sa bene. I punti deboli sono le falle della nostra sicurezza, della nostra salute, a volte della nostra stessa vita. Si può distruggere una casa intera facendo saltare solo qualche pilastro.
Roberto era superstizioso e ignorante, due qualità che vanno spesso a braccetto e che amano stare insieme. Sono fatte l’una per l’altra e convivono da un’eternità, sono una coppia collaudata!
Linda ricordava sorridendo suo marito che si toccava quando vedeva passare un carro funebre, che non avrebbe mai avuto un portachiavi a forma di bara, che non passava sotto le scale e viveva un brutto quarto d’ora se un gatto nero gli attraversava la strada. Anche a piedi, eh! Per non parlare, poi, dell’impressione che gli facevano le bambole. Pare che gli ricordassero qualche episodio del passato, qualcosa che non aveva mai superato.
Linda si prese un giorno libero dal lavoro, mandò i bambini da un amichetto e confezionò il primo dei tanti regalini destinati all’ex marito.

VII

Roberto viveva da solo da quando la moglie l’aveva lasciato. Aveva preso in affitto un appartamento piccolo e scomodo non molto lontano da casa di Linda, così, giusto per tenerla sotto controllo. Mica credeva di trovarsi un altro uomo e fare i suoi comodi! Lui avrebbe vigilato. Se non voleva lui, non avrebbe avuto nessuno, questo era chiaro. Aveva lasciato la casa coniugale vuota pur di stare vicino a lei, e in più non voleva assolutamente darle l’appartamento in cui avevano vissuto, sostenendo davanti alla legge, con prove truffaldine, che lui abitava lì e non poteva pagare l’affitto di un altro appartamento. Tornato a casa dal lavoro, un giorno, vide che sul pianerottolo davanti alla porta d’ingresso c’era una scatola di circa trenta centimetri per venti, alta dieci centimetri. Era avvolta in una carta ruvida color canna da zucchero e un nastro di raso blu scuro girava tutto intorno finendo in un fiocco.
Aggrottò la fronte, prese la scatola in mano ed entrò in casa. Una volta chiusa la porta alle spalle gettò le chiavi sul mobile all’ingresso e lì dove si trovava scartò quell’inaspettato regalo. Tolse il nastro, la carta, e rimosse il coperchio velocemente, colto di sorpresa dalla sua stessa curiosità. Quello che vide gli fece aggrottare ancora di più la fronte che per un attimo si era distesa leggermente.
Nella scatola, adagiata su un letto di cotone rosa, c’era una bambola di pezza di quelle che Linda a volte confezionava per Benedetta. Era il suo hobby praticamente da tutta la vita, e le riusciva bene. La bambola aveva i capelli rosso fuoco fatti con grossi fili di lana acconciati in due lunghe trecce, la bocca sorridente disegnata con un pennarello rosso e due grossi bottoni neri per occhi. Indossava una gonnellina rosa e una maglietta fucsia con su scritto Pamela. Roberto la prese in mano cercando di capire perché diamine quella bambola fosse lì. Sbiancò e per poco non lanciò un urlo quando togliendo Pamela dalla scatola si accorse che le gambe erano tagliate. Con la bambola ancora in mano guardò con orrore il contenitore che si aspettava vuoto, ma che vuoto non era. Al suo interno erano rimaste le gambe, non create a parte, ma chiaramente tagliate dopo, e nel posto vuoto lasciato dal resto della bambola, un paio di scintillanti forbici di acciaio.

VIII

Tre giorni dopo Pamela, fu la volta di Irina. Linda la creò con piacere spropositato mentre considerava che Roberto aveva molto allentato l’assedio dopo la prima bambola e che non le aveva detto nulla in proposito. Era sicura che significasse che aveva fatto breccia. Si vergognava troppo per parlarne, la sua paura era stupida quanto lui; Linda non si rendeva conto che il suo gesto sarebbe risultato pesante agli occhi di chiunque. Mentre cuciva il vestito di Irina, Linda pensava che per lei era quasi un gioco, ma sarebbe stato questo gioco a liberarla per sempre dall’assillante presenta dell’ex-marito. Quel che si definisce Stalking era niente per lei; solo parole, parole e ancora parole. Quand’è che la polizia avrebbe fatto qualcosa? Forse quando quell’uomo orribile avesse messo in atto le minacce di morte fatte a Linda e ai bambini? O quando fosse riuscito a farla dichiarare pazza e le avesse tolto la custodia dei figli?
La situazione aveva smesso di essere sostenibile da tempo. Mentre cuciva l’ultimo pezzo della “A” finale di “Irina” sul vestitino azzurro della bambola, Linda pensò che quel fantoccio di stoffa le avrebbe fatto guadagnare qualche altro centimetro di fune. Sorrise e andò a prendere l’attrezzatura mancante. Con un piccolo coltello si procurò un taglio su un polpastrello e fece gocciolare il proprio sangue su un certo oggetto…

IX

Roberto sudava freddo mentre apriva la seconda scatola. La rabbia gli montava dentro perché si rendeva ben conto di essere impaurito da qualche bambola di pezza, ma era più forte di lui: le bambole lo terrorizzavano da quasi tutta la vita. Vecchie ferite mai guarite tornavano alla luce e lui non sapeva curarle. C’era anche da considerare che pur sapendo che sua moglie non gli avrebbe mai fatto nulla di male, aveva paura di tralasciare qualche elemento, di aver sottovalutato la sua preda. A volte pensava persino che dietro quel macabro disegno non ci fosse la testolina di sua moglie, ma quella di un amante di cui lui ignorava l’esistenza. Un amante… se avesse saputo che esisteva un amante avrebbe ammazzato entrambi, poco ma sicuro. Una moglie è una moglie, e non smette mai di appartenerti.
Mentre questi pensieri gli frullavano in testa, la scatola aperta gli svelava Irina, bambola dai capelli biondo oro raccolti in due codini e un vestitino azzurro con il nome ricamato sopra. Aveva paura di toglierla dalla sua scatolina, paura di vedere ancora gambe tagliate e forbici d’acciaio. Lo fece comunque, perché la curiosità vince la lotta contro molte cose. Neppure il tempo di toccarla e gli sfuggì un gemito: questa volta era la testa ad essere staccata. Rimase inclinata da un lato senza il suo corpicino di pezza e al di sotto di esso Roberto poté vedere una piccola accetta con il manico color ruggine. Era di plastica, probabilmente Linda l’aveva presa dai giocattoli di Santo e l’effetto non sarebbe stato lo stesso delle forbici vere… se non che Linda aveva ben pensato di macchiare di rosso la lama dell’accetta. Roberto sentì che le gambe gli stavano cedendo: certo poteva essere anche succo di pomodoro, ma a lui sembrava proprio sangue vero, altroché!

X

Le angherie di Roberto erano quasi cessate. Era in fase dottor Jekyll, una specie di remissione della cattiveria, ma Linda sapeva bene di non poter mollare. Non poteva essere certa che la sua tecnica di terrorismo psicologico avrebbe funzionato, era solo un tentativo per scrollarsi di dosso quell’uomo orribile. Aveva preso botte e insulti da lui, era stata chiusa in casa per mesi, sotto chiave per non vedere persone che lui decideva di classificare come inadatte a frequentarla. Le aveva creato il vuoto attorno con le sue crisi di gelosia morbosa e ingiustificata, con le sue pressanti idee e imposizioni. Vivere con lui era stato un incubo, e anche ora, da separati, l’incubo non era cessato. Ai bambini non faceva bene quella vita, non era bene che avessero un padre del genere. Doveva andare via, sparire, lasciarli in pace, permettergli di vivere una vita normale, senza la paura delle sue minacce e senza che fossero costretti a guardarsi le spalle con lo scomodo pensiero di essere seguiti. Sarebbe bastata la terza bambola? Forse sì e forse no. Decise che non c’è due senza tre, ma che quattro, in questo caso, sarebbe stato il numero perfetto. E poi, aveva in mente un finale esplosivo. Sarebbe stato presto, molto presto.

XI

La terza bambola rappresentò l’inizio degli incubi di Roberto.
Questa volta si chiamava Clara, aveva un vestito giallo e i capelli castani. Quando la prese in mano vide che era divisa in tre pezzi: testa, busto, gambe. La scagliò lontano da sé un pezzo alla volta, si prese la testa tra le mani e decise che o ammazzava sua moglie o chiamava la polizia. Non avrebbe mai ammesso e forse neanche saputo di essere un codardo, di essere forte solo con i deboli, di non avere fegato e di saper minacciare solo chi è fragile o troppo spaventato per capire che è tutto un bluff. Forse sarebbe stato capace di uccidere, ma in un impeto di rabbia, non in modo controllato, e al momento era frenato da quella serie di macabri fantocci.
Non si rendeva conto di avere più paura di una minaccia simbolica e orrida che non della giustizia umana né tanto meno di quella divina. Decise che sarebbe andato dai carabinieri.

XII

Linda ricevette una telefonata dai carabinieri e un invito a presentarsi in Questura giusto la mattina dopo l’invio di Clara. Vi si recò in tutta tranquillità: sapeva bene che tutti avrebbero capito che era lei a spedire le bambole, ma nessuno avrebbe potuto dimostrare niente. Anche il suo sangue, messo sull’accetta mandata con Irina non significava nulla: una giustizia sommaria e disorganizzata come quella italiana non si sarebbe certo presa la briga di fare un test del dna in un caso del genere. Aveva rischiato, certo, ma le era andata bene: la fortuna aiuta gli audaci, no?
Filò tutto liscio e Linda tornò a casa, serena, a preparare l’ultima bambola. Le angherie di Roberto erano cessate del tutto, non si era fatto vedere né sentire da quando aveva portato Clara sul suo pianerottolo. Pensò che dovesse essere molto arrabbiato per come la polizia aveva gestito la cosa. Ora forse anche lui sapeva cosa significava essere perseguitati e non ricevere aiuto da nessuno, neanche da chi come mestiere dovrebbe proteggere le persone.
Linda sapeva di essere faccia a faccia con Roberto, ora: la fune era quasi tutta ai suoi piedi, doveva solo dare l’ultimo strattone e poi avrebbe vinto.

XIII

Roberto non aveva più la forza di affrontare l’ex-moglie. Le sue immotivate paure avevano radici lontane e quelle bambole le richiamavano tutte alla memoria. Decise che l’avrebbe lasciata stare per un po’, purché non gli mandasse più quelle dannate bambole di pezza. Non riusciva ad affrontarla, era come se avesse paura di lei, come se la considerasse una strega creatrice di orribili giocattoli con strani poteri. Una strega che fa incantesimi, una strega che magari fa fatture e ti manda il malocchio. Le mandò un’e-mail dicendole di smetterla con le bambole, che l’avrebbe lasciata stare, che non avrebbe più tormentato lei e i bambini, che avrebbe fatto il bravo, d’ora in poi.
La mail cadde nel vuoto: Linda non rispose. Non voleva dare alla polizia le prove della sua colpevolezza, né all’ex marito la soddisfazione di leggere una sua risposta. Lui per Linda non esisteva più e se quelle bambole gli davano tanto fastidio, doveva solo seguire le sue istruzioni e non ne avrebbe mai più viste in tutta la sua vita. Le istruzioni, però, le avrebbe ricevute con l’ultima bambola.

XIV

Roberto era inquieto e stanco, e quando vide la quarta scatola sul pianerottolo pensò di gettarla via e non pensarci più. Perché non avrebbe potuto far finta di niente finché lei non si fosse stancata? Semplicemente perché si sentiva braccato, a volte credeva che sua moglie fosse davvero pazza come voleva farla dichiarare un tempo, che godesse a vederlo soffrire in quel modo. Gli incubi lo tormentavano, sognava se stesso senza gambe o senza testa o diviso in tre pezzi, sognava accette sporche del suo sangue ed enormi forbici di acciaio impugnate da mani invisibili che gli tagliavano le gambe. Non ne poteva più.
Prese la scatola per gettarla nell’immondizia così com’era, senza aprirla, ma poi vide che bloccata sotto il nastro di raso c’era una lettera. La lesse sul pianerottolo, incredulo e spaventato.

Dai a Cesare quel che di Cesare e poi sparisci da questa città.
Se ti rivedo ti faccio fare la fine della bambola numero 4.
Se rimani, riceverai una bambola ogni tre giorni per il resto della tua vita.
(Ho molta fantasia, posso inventarmi tante cose carine…)
Hai dieci giorni di tempo a partire da adesso.

Roberto entrò in casa, sconvolto, con la scatola sottobraccio. Lei chiedeva le sue cose e quelle dei bambini, rimaste per suo volere nella vecchia casa in cui abitavano. Voleva la casa coniugale e voleva essere lasciata in pace e avere la custodia esclusiva dei bambini. Non voleva soldi, ma desiderava che lui sparisse. No, non poteva dargliela vinta. Lei era stata la sua vita per sei anni, su di lei aveva costruito le sue instabili certezze. La comandava, la guidava, e smetteva così di sentirsi un fallito. No, non poteva accontentarla, avrebbe trovato qualche altra soluzione. Con mani tremanti, troppo curioso per evitare di farlo, aprì la scatola. Due minuti dopo respirava a fatica ed era rannicchiato sul pavimento, tremante, con le mani sporche di sangue. Una crisi di panico l’aveva colto di sorpresa, e anche se non gli accadeva da molti anni riconobbe le vecchie angosce e le primordiali paure di quella pessima esperienza. Ne aveva sofferto per anni, poi se ne era liberato grazie a mesi e mesi di faticose (e costose) sedute da uno psichiatra. Mentre cercava di calmarsi come il dottore anni prima gli aveva insegnato, decise che avrebbe dato a Linda tutto ciò che voleva.
Roberto aveva mollato la fune.

XV

Linda stava sistemando la sua roba, rimasta troppo tempo in disordine nella casa in cui aveva vissuto con Roberto. Aveva avuto tutto ciò che voleva, ed era felice. Quando pensava a se stessa si vedeva con una lunga fune in mano, non tesa ma floscia, e ne vedeva entrambe le estremità, una ai suoi piedi, l’altra nella sue mani. Si vedeva sorridente, con tutta una vita davanti e nessuna fune da tirare. I giorni delle angosce e dei soprusi erano finiti.

XVI

Roberto raccolse tutta la sua roba, tranne una cosa: l’ultima bambola. Non avrebbe potuto toccarla neanche se lo avesse voluto: sentiva che un’altra crisi di panico l’avrebbe travolto. Si chiuse la porta alle spalle e se ne andò per sempre da quella città che a quanto pareva era troppo piccola per contenere sia lui che Linda.
Sul pavimento del soggiorno, con la scatola e il coperchio capovolto poco lontani, una bambola rivelava al soffitto la sua esistenza. Una piccola bara nera rivestita di seta rossa era l’involucro di un fantoccio che stavolta rappresentava un uomo.
Aveva i capelli castani e un elegante vestito nero. Al collo una cravatta grigia con su ricamato un nome: Roberto. Di fianco alla scatola giaceva il coperchio della piccola bara, sul quale si poteva leggere in caratteri dorati questa scritta:

Qui giace:
Roberto Raspelli

12 8 1975

26 09 2009

Il fantoccio non aveva nulla di tagliato, ma la seta che rivestiva la piccola bara non era rossa… era diventata rossa. Appena Roberto aveva preso in mano la bambola che lo rappresentava aveva avuto una strana sensazione: sembrava che fosse molle, che schiacciandola avrebbe rilasciato qualcosa, come una spugna pregna d’acqua. Poi, con terrore si era accorto che l’imbottitura era intrisa di sangue e che prendendola in mano ne aveva strizzato il corpo e fatto uscire il contenuto. Era stato a quel punto che come in trance l’aveva rimessa al suo posto e aveva cominciato a sentirsi male. Poi, mentre tentava di respirare, si era reso conto che da lì a dieci giorni sarebbe stato il 26-09-2009.

(Chiara Vitetta)

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Il segreto

Pubblicato da Chiara Vitetta su 14 gennaio 2010

Nel maggio del 2009 mi è stato chiesto di scrivere un racconto per una rivista di computer e hacker. Avrebbe dovuto essere attinente almeno in modo generico agli argomenti trattati dalla rivista e non superare i 10000 caratteri. Non ho mai scritto su commissione, e odio i limiti, specie quando scrivo. Mi piace spaziare, potermi esprimere liberamente, non dover stare attenta a quante parole uso per raccontare la storia che mi preme far uscire dalla mia testa. Nonostante questo ho tentato, e dal tentativo è venuto fuori Adelmo Greco, un racconto ben riuscito, a mio parere. Finito questo esperimento, mi sono detta: perché non provare a scrivere ancora in modo forzato? Dopotutto basta una piccola idea e un po’ di fatica! E così appena avuta questa piccola idea, mi sono impegnata per trasformarla in un racconto. Il risultato, ritengo, non è buono come per Adelmo Greco, ma tanto male non mi sembra. Beh, avrete modo di giudicarlo voi.
Comunque qualcuno ha subito letto questo racconto e si è lamentato un po’ del finale negativo. Poi mi ha detto: “Perché non riscrivi il finale?”. Ecco, diciamo pure che non sono fan del lieto fine, non lo nascondo mica! Sulle prime ho ringraziato del consiglio e detto che ci avrei pensato, e poi, con calma, mi sono detta: beh, magari riscriverlo per stravolgere il racconto originale no, ma perché non scrivere un finale alternativo? Voi ricordate i fumetti di Topolino con le storie a più finali? Io sì, e mi piacevano molto. Bene, allora ad un certo punto della lettura vi troverete ad un bivio: finale 1 o finale 2??? Finale tragico, o lieto fine? Aspetto il vostro parere in questa pagina o in privato all’indirizzo: webmaster@chiaravitetta.com
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Buona lettura!

I

Tutto ebbe inizio un pomeriggio d’inverno, quando Daniele scoprì sua madre piangere nella solitudine della cucina vuota in cui passava la maggior parte del suo tempo.
Nel suo comprensibile tentativo di non essere scoperta, si era lasciata trasportare da quelle lacrime liberatorie in un momento in cui avrebbe dovuto essere sola in casa, ma il destino, per chi ci crede, aveva deciso diversamente. Destino, caso, crudeltà, giustizia, chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano nell’agglomerato di vite che costituiva quella famiglia.
Tutto ebbe inizio quel pomeriggio e da lì in poi niente sarebbe stato più lo stesso.
Daniele si era avvicinato a sua madre pervaso da un misto di preoccupazione e imbarazzo, e questo secondo sentimento, non abbastanza forte da soppiantare l’altro, non gli aveva impedito di chiederle la ragione del suo pianto seppure tra di loro non ci fosse mai stata una particolare confidenza. Il rapporto tra madre e figlio era buono, ma non particolarmente profondo né rilassato. Regnava l’imbarazzo dello scontro tra due diverse generazioni, vari tabù ergevano barricate invisibili, le paure e i difetti dei singoli componenti del nucleo familiare, poi, finivano per allontanare quasi completamente un individuo dall’altro. Tutto questo non impediva a Daniele di amare i suoi genitori, né ai suoi genitori di amare lui.
Aveva particolare predilezione per suo padre, un uomo tutto d’un pezzo, ligio al dovere e rispettoso delle regole e della famiglia. Daniele si chiedeva spesso se fosse all’altezza di un personaggio del genere. Quando era bambino e i suoi diciannove anni attuali erano per lui lontani anni luce, vedeva suo padre come un eroe e lo amava senza alcuna riserva. Gli anni passati e l’età che aumentava avevano dato alle sue idee prospettive diverse da cui guardare prima di formarsi, ma il grande rispetto e l’ammirazione per suo padre non erano mutati. Certo non si sentiva molto capito a livello umano, né appoggiato nei suoi difficili sogni. A volte si sentiva troppo sotto pressione, ma continuava ad avere grande rispetto per l’omone grande e grosso che era suo padre. Nei giorni successivi, Daniele avrebbe visto sgretolarsi davanti ai suoi occhi la figura integra e bella che rappresentava suo padre per lui, ma ancora non lo sapeva.
Sua madre, inizialmente riluttante, finì poi per sciogliersi al sole delle sue preoccupate domande, gli confidò di credere che suo marito la tradiva, che il padre che tanto adorava aveva probabilmente una relazione con un’altra donna. Daniele si trattenne dal sorridere: gli sembrava così assurdo! Cercò di rassicurare sua madre, che inconsolabile continuava a piangere e si rammaricava di non avere il denaro necessario per fare seguire il marito da qualcuno. Sulle prime, l’assurdità della situazione chiuse le labbra a Daniele, gli asciugò la saliva in bocca e gli serrò la mascella. Che poteva dire? Era tutto talmente pazzesco! I suoi genitori sembravano andare d’accordo, talvolta litigavano, come ogni coppia, certo, ma mai niente di grave. Poi qualcosa dentro di lui era scattato, forse il tarlo del dubbio aveva cominciato a mordicchiare le gambe della sua sicurezza e così, senza pensarci due volte, aveva proposto a sua madre di calarsi lui stesso nei panni del detective: avrebbe seguito suo padre per scoprire se nascondesse davvero qualcosa. Sua madre si era calmata, aveva assentito e in silenzio aveva preparato il tè. Mentre lo beveva, Daniele si chiedeva cosa fosse quella sensazione scomoda che sentiva dentro. Non calzava bene, la sentiva inadatta, faceva anche un po’ male, come un paio di scarpe strette; ma cos’era?
Presto avrebbe capito che le certezze sono flebili e precarie e che si fa anche troppo presto a cambiare radicalmente idea sulle persone che abbiamo intorno.

II

Seguì suo padre per due giorni usando la macchina di un amico per non rischiare di essere scoperto. Il primo giorno si sentiva sicuro di sé e non pensava molto a quello che stava facendo, ma già il secondo giorno, quando niente di quello che aveva visto smascherava in alcun modo suo padre, cominciò a sentirsi in torto come se avesse ingiustamente negato fiducia a chi la meritava in pieno. Il terzo giorno andò avanti solo per non deludere sua madre, che mai si sarebbe accontentata di due giorni di pedinamento.
Fortuna o sfortuna, decidete voi, tre giorni bastarono.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, era buio e faceva un freddo della malora. Daniele si sfregava le mani tentando invano di scaldarle mentre aspettava che il semaforo gli desse il via libera. Suo padre era poco più avanti. Daniele lo seguiva da circa un’ora, molto incuriosito dalla strada che stava percorrendo. Era sabato, giorno in cui suo padre di solito andava ad incontrare i suoi soliti tre vecchi amici ad un circolo culturale. Così diceva, almeno. Il circolo culturale in questione, comunque, si trovava dall’altra parte della città. Daniele, inquieto e infreddolito, guidava con calma mentre dentro gli si scatenava un principio di tempesta di paura. Cercò di controllarsi e dieci minuti dopo capì dove si stavano dirigendo: i suoi genitori possedevano una seconda casa nella periferia della città.
Quando suo padre parcheggiò davanti alla villetta sfitta, Daniele lo imitò, ma scelse un posto abbastanza distante per non rischiare di essere visto. Teso e con il cuore che batteva un po’ troppo forte, aspettò. Vide suo padre entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle, vide le persiane aprirsi e le luci accendersi in casa, e quando un quarto d’ora dopo non era ancora successo altro, si chiese che diavolo ci facesse lì. La prima ipotesi era stata quella di un incontro con una donna, ma lei dov’era? Trascorsero altri minuti, finché alle sette precise una signora che teneva una bambina per mano percorse lentamente la strada dirigendosi verso la casa. Daniele osservò le due figure: qualcosa stonava nel quadretto che gli si presentava davanti agli occhi. La donna, circa trentacinque anni, alta, con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, sembrava nascosta dietro pensieri pesanti come una tenda spessa che copra segreti inviolabili. La ragazzina poteva avere al massimo dieci anni, e la donna le stringeva la mano come se avesse paura che potesse scappare da un momento all’altro. Madre e figlia, così le aveva classificate Daniele appena le aveva viste entrare nel suo campo visivo.
La bambina aveva gli occhi spenti; occhi che un bambino non dovrebbe mai avere. La visione di quelle due figure lo sconvolse senza fargliene capire la ragione e mentre con uno strano peso sul cuore le osservava camminare, dimenticò il motivo per cui si trovava lì. Della bambina non riusciva a vedere altro che gli occhi, come se il resto di lei fosse offuscato dall’espressione spenta. Poi eccole raggiungere la casa di suo padre. Daniele aggrottò la fronte e scosse la testa: non capiva. Mentre cercava disperatamente di non farsi un’opinione, perché nel fondo di sé sapeva bene che poteva farsene solo una che non avrebbe mai accettato, osservò la porta di casa che un attimo prima aveva inghiottito madre e figlia. Trascorsero cinque lunghissimi minuti prima che la porta si riaprisse per sputare fuori la madre della bambina. Sola.

III

Daniele rimase immobile e attonito davanti alla casa, senza sapere cosa poteva permettersi di pensare e cosa no. Non si concesse alcun pensiero, si costrinse invece a sigillare la mente e aspettare.
Alle otto, un’ora dopo l’arrivo della bambina, la donna tornò. Bussò alla porta e suo padre aprì. Si stava abbottonando la camicia. Si voltò come per chiamarla e un attimo dopo la ragazzina apparve, lei e quei suoi occhi spenti. La madre la prese per mano e Daniele le vide andar via così come erano arrivate. Lui richiuse la porta e riapparve pochi minuti dopo, come se non avesse fatto nulla di male, lustro e sereno come non avrebbe mai dovuto essere, come se stesse tornando a casa dopo un incontro con gli amici al suo dannato circolo culturale. Daniele non lo seguì, ma rimase fermo, con lo sguardo fisso, ancora senza concedersi di pensare. Tornò a casa solo molte ore dopo e solo dopo essersi scolato due o tre birre di troppo nella solitudine di un bar poco frequentato.
Passò la notte senza chiudere occhio, tormentato dal ricordo di quello che aveva visto e schiacciato dalla costrizione di non permettersi di elaborare i fatti appresi.

IV

Nascose tutto a sua madre; mentì spudoratamente ed evitò di incrociare suo padre con svariate scuse più o meno accettabili. Riprese a seguirlo anche se faceva male, anche se immaginava già cosa altro avrebbe visto. Non accettando e non elaborando non aveva idea di cosa avrebbe dovuto fare o non fare: come un automa continuò il pedinamento per una settimana, e il sabato la scena della settimana precedente si ripeté. Tutto perfettamente uguale.
Con la testa china sul volante Daniele scacciò le lacrime pesanti che stavano in agguato dietro ai suoi occhi, strinse i pugni e si costrinse a non cedere. Tenne duro per un’altra settimana, e il sabato seguente, di mattina, dopo aver preso all’insaputa di sua madre l’altra copia delle chiavi della seconda casa, vi si recò. Posizionò due telecamere, una in camera da letto, l’altra in soggiorno, e le nascose per bene. La tecnologia di quel genere era una sua passione da sempre, mentre l’arte della dissimulazione la imparò in quei minuti.
In casa tutto era in ordine. Daniele si impedì di guardare nei cassetti alla ricerca di prove tangibili, ma strinse forte i pugni, scacciò ancora le lacrime ed uscì. Il sollievo, lontano da quella casa, fu immediato. Era come se tra quelle mura vivesse il peso del crimine orrendo che era stato perpetrato. Quel giorno non seguì suo padre: rimase a casa e bevve. Alla quarta birra le lacrime erano indietreggiate e i pensieri scivolati oltre, inafferrabili. Così voleva che fosse.

V

Domenica mattina, dopo aver dormito qualche ora e solo per sfinimento, andò a prendere le registrazioni delle telecamere. Non voleva vederle, ma doveva. Sarebbe andato fino in fondo? Doveva farlo. Il peso del crimine era ancora lì, palpabile, come una coltre di fumo nero che intasa i polmoni e toglie il respiro. Si sentiva come intossicato. Recuperò le due telecamere e corse via, lontano da quel luogo sporco e da quell’aria irrespirabile.

Finale 1

Finale 2

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Adelmo Greco

Pubblicato da Chiara Vitetta su 2 luglio 2009

Ho scritto “Adelmo Greco” sotto commissione nel maggio 2009. Mi era stato chiesto di scrivere qualcosa che avesse a che fare con il mondo dei computer visto che il racconto era destinato ad essere pubblicato su Hax (rivista che si occupa del mondo degli hacker e dei computer sotto vari aspetti). Per problemi di spazio il numero dei caratteri del testo era limitato, per cui oltre all’esperimento di scrivere su commissione (prima volta nella mia vita) mi sono anche cimentata nella scrittura di un racconto veramente molto breve. La sensazione di doversi limitare ad un numero così esiguo di caratteri non era edificante, specie per me che odio la sintesi, ma è stato interessante scoprire cosa veniva fuori. Ho fatto del mio meglio e credo che il risulatto sia buono. Gustatevelo e se ne avete voglia fatemi sapere cosa ne pensate. Buona lettura!

Vivo in un grande condominio in una grande città e lavoro in casa.
Ho poche occasioni di avere a che fare con gli inquilini del palazzo, ma come non notare e conoscere Adelmo Greco? Adelmo è il mio dirimpettaio, ed è matto da legare. È consuetudine vederlo camminare rapido rapido con le chiavi pronte in mano verso la porta di casa: sembra sempre che sia inseguito da qualcuno, e le prime dieci o quindici volte che ti capita a tiro non riesci proprio a fare a meno di guardare alle sue spalle per vedere da cosa scappa. È un ometto con gli occhiali, basso e grassoccio, con pochi capelli e vestiti tutti uguali. Non può essere che porti sempre gli stessi abiti, deve per forza avere un armadio pieno di completi identici. È sempre nervoso come se avesse una bomba a orologeria attaccata al sedere; una bomba innescata, eh! Parla veloce e spesso blatera da solo a bassa voce discorsi sconnessi che riguardano sempre il suo computer. Adelmo vive solo da almeno sei mesi, più o meno da quando la madre è morta per un attacco di cuore, ottantatreenne, lasciando il figlio di sessantun anni solo con la sua vita. Adelmo, però, non ha una vita. Nessuno ha mai bussato alla sua porta a parte fattorini e creditori, nessuno gli chiede neppure lo zucchero in prestito; un po’ perché tutti sanno che è matto da legare, un altro bel po’ perché è altamente probabile che non abbia zucchero in casa. Riceve ogni giorno pasti pronti che gli vengono recapitati da un ragazzo che lavora alla rosticceria sotto casa nostra, e nei giorni di festa suppongo che pranzi e ceni fuori. Non l’ho mai visto arrivare a casa con le buste della spesa o in compagnia, mai visto sorridere, mai notato con vestiti diversi dai soliti. Le uniche cose che porta a casa sono oggetti dalle forme strane infilati in buste con i loghi di vari negozi di informatica. Probabile che il computer sia proprio il suo unico interesse.
Non so se ha un lavoro, e se ce l’ha non so immaginare che lavoro possa essere, ma so che esce tutte le mattine alle 7:30 precise e rincasa con la stessa precisione alle 13:00, poi esce ancora alle 16:00 per tornare alle 18:30 con l’ennesima busta piena. Cosa comprerà di nuovo ogni giorno il mio pazzo dirimpettaio? Non ne ho idea. Dal suo appartamento non proviene nessun rumore, forse è attaccato al suo pc con tanto di cuffie stereofoniche? Probabile. Certo non credo sia così matto da stare seduto e fermo a guardare il muro. Non si sente neppure il mormorio della televisione nonostante le pareti siano sottili. Anche quando passo davanti alla porta sento silenzio, eppure queste porte non isolano affatto. Starà davvero tutto il tempo al pc?
La fissazione di Adelmo per il computer è ormai nota. Gli altri inquilini all’inizio lo stavano anche a sentire quando si fermava sulle scale ad informarli dei suoi nuovi acquisti tecnologici, ma giorno per giorno i suoi discorsi diventavano più folli, il modo di esprimersi ossessivo, le parole si accavallano e non lasciava all’interlocutore di turno neppure lo spazio per dire una parola. Un giorno l’ho incontrato mentre rincasava e si è fermato a parlarmi di un attrezzo di qualche tipo che aveva appena acquistato. Io non capisco niente di computer, so a malapena come accenderli! Me lo ricordo come fosse appena accaduto…
- Salve Adelmo – gli dico appena lo vedo.
- Oh, guarda cosa ho comprato! -
Il suo entusiasmo smonta la mia voglia di liquidarlo e gli chiedo di che si tratta. Mi fa vedere una roba stranissima, una specie di piccola scheda verdastra piena di qualche tipo di circuiti.
- Che è? – Chiedo.
- Potenzio la mia ram! -
Per me questo è arabo, non ho idea di cosa sia quella cosa, so solo che ho visto aggeggi simili dentro i computer. Questo sessantunenne strambo con il suo completo marrone e la sua camicia bianca, con quella sua cravatta a righe che mi fa girare la testa e ruotare gli occhi, comincia a blaterare tutte le assurdità possibili proprio davanti ai miei occhi e nel raggio delle mie orecchie disabituate a tanto parlare. Non posso ripetervi le sue lunghe spiegazioni a proposito dei potenziamenti del suo computer: non saprei come nominare tutti quegli attrezzucoli, ma ricordo bene la sua chiara ossessione che era poi l’unica cosa che lo distoglieva dal distruggere le orecchie e la pazienza altrui, infatti ad un certo punto, all’improvviso, ti mollava.
- Devo andare, adesso devo andare! La posta elettronica devo controllare le mie mail ho un appuntamento in chat ho un blog da controllare ho tanto da fare, tanto da fare… – Diceva infilando le parole una dietro l’altra come perle su un filo di nylon. Le infilava con rapidità e senza dar loro spazio, quasi senza punteggiatura, conferendo alle sue frasi un’aurea di ossessiva fretta. Poi a bassa voce e con gli occhi spiritati concludeva: – Il mio computer… il mio computer mi aspetta! -
Matto da legare. Poi in fondo non fa male a nessuno, forse neppure a sé stesso. Chi non ha una dipendenza al giorno d’oggi? Lasciando perdere le droghe, l’alcool e le sigarette (e quindi eliminando forse la metà della popolazione), ognuno si fa a suo modo. Com’era quella canzone di Ligabue? L’ho sentita giusto l’altro giorno:
“…che ognuno a suo modo è un tossico vero
di pere, d’affetto, di sogni, di sesso o di idee…”
Insomma, ognuno ha la sua droga, c’è solo da sperare di avere la fortuna di dipendere da una droga che non ti spappola il fegato o ti annerisce i polmoni; c’è da pregare che sia una droga che non uccide, insomma. Non so quanto sia andata bene ad Adelmo, in fin dei conti. Qua c’è chi dice che da quando la madre è morta lui ha riempito il vuoto e invece di prendersi un cane ha comprato un computer. All’inizio aveva solo un portatile, poi ha aggiunto svariati altri attrezzi… Sono entrato a casa sua un giorno: dovevo dirgli una cosa da parte del padrone di casa e sono rimasto impressionato da quello che ho visto. C’erano tre computer fissi e un portatile tutti in fila su un lungo tavolo. E poi stampanti, scanner, fax e altro ben di Dio e cavi dappertutto e foto e documenti stampati fissati alle pareti con le puntine da disegno e cumuli di mouse e marchingegni vari lungo le pareti, e ancora cavi, cavi, metri e metri di cavi aggrovigliati. Sembrava di essere alla NASA. Quella volta pensai più del solito che era matto e immaginai che il suo covo computerizzato mi avrebbe stritolato con i suoi tentacoli di cavi se avessi osato profanarne la sacralità. Mi sentii sollevato quando mi chiusi alle spalle la porta della mia casa alquanto normale.
Per Adelmo i computer sono una compagnia, la ragione per cui vive forse, addirittura il motivo per cui si alza la mattina magari. Lo so, è pazzesco, ma c’è chi la mattina si alza per accumulare denaro, chi per farsi il maggior numero di donne o trovarsi un marito ricco. C’è chi si alza nel cuore della notte per un panino con la nutella e chi se non legge un libro si sente vuoto e se non suona la sua chitarra si sente morto. A voi come è andata in quanto a dipendenze? Ad Adelmo alla fine dei conti è andata male, credete a me.
Oggi è passata a trovarmi la signora che abita proprio sotto l’appartamento di Adelmo, ed è venuta a raccontarmi cosa è avvenuto il giorno fatidico. Quel giorno ero fuori casa: un amico mi aveva invitato a pranzo. La signora Rigoni, una vispa vecchietta di settantacinque anni con qualche acciacco, si è arrampicata su per le scale (l’ascensore si è rotto di nuovo) con il suo bastone e la sua smorfia di dolore sul viso simpatico, e si è autoinvitata a prendere un tè a casa mia. Mentre mettevo l’acqua a bollire ha iniziato a raccontare:
- Povero Adelmo, poco prima del fatto è arrivato correndo a bussare alla mia porta. Ho sentito i passi nel corridoio. -
L’accaduto lo chiamava “il fatto”, come se avesse timore di chiamare la cosa con il suo nome. In fondo, ma anche in superficie, questa specie di timore ce l’ho anch’io.
- Ha cominciato a dire che stava mandando la posta a qualcuno, che andava tutto bene, ma che poi era saltata la corrente. Era agitato, mi parlava veloce e con gli occhi aperti assai che avevo paura che mi prendeva per il collo e mi ammazzava. Mi pareva pazzo proprio! -
- Non si agiti signora, beva il suo tè – ho detto cercando di calmarla e posando davanti a lei la tazza fumante di tè alla fragola, il suo preferito. Lei non l’ha degnato neppure di uno sguardo e ha continuato a raccontare, sotto shock, cosa era accaduto quel giorno.
- “Il mio computer, il mio computer” ha preso a dire. E si metteva le mani sulla testa e poi muoveva le braccia e si guardava in giro e come se io non c’ero ha gridato: “CHI MI AIUTA??? LA CORRENTE, MI SERVE LA CORRENTE!”. Poi è corso per le scale che mi pareva che cadeva e si rompeva il collo. E gridava: “LA POSTA, LA MIA POSTA! LE MEIL LE MEIL!” -
Naturalmente la signora intendeva dire le “e-mail”.
- Poi è finito addosso a Giorgio, il nipote della signora Giunti, che stava salendo le scale. Gli fa disperato con una vocina che la sentivo appena: “La corrente… c’è la corrente da te?”. Giorgio tutto spaventato gli ha detto che mancava in tutta la città e che la sistemavano entro qualche ora. Allora si è messo a gridare come un pazzo: “IL MIO COMPUTEEEEEEEER”. È risalito di corsa e quando mi è passato vicino ho visto che piangeva. Neanche lo riconoscevo se non sapevo che era lui: aveva la faccia diversa, pareva pazzo proprio. -
Io sapevo già come erano andate le cose. Nel palazzo ne parlavano tutti, ma la versione della signora Rigoni era particolarmente toccante. Provai pena per il mio povero vicino folle.
- Poi se n’è tornato in casa e c’è stato silenzio. Non abbiamo chiamato nessuno perché pareva che si era calmato. La corrente è mancata per tutto il giorno e la notte, altro che qualche ora! La mattina dopo sono arrivati i poliziotti a casa del signor Adelmo. Penso che li ha chiamati quella signora nuova di questo piano che ha sentito rumori strani, mi ha detto. Quando hanno aperto la porta io ero nel corridoio e ho visto dentro… pendeva dalla trave sul soffitto il povero signor Adelmo. Con un cavo del computer si è impiccato! -

(Chiara Vitetta)

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