Chiara Vitetta

La critica e Adelmo Greco

Pubblicato da Chiara Vitetta su 3 Novembre 2009

La critica è una cosa a cui uno scrittore deve abituarsi. Che sia positiva o negativa, generalmente ci tocca molto, e credo sia normale. Con il tempo si impara a distinguere tra le critiche buttate lì con poca cognizione di causa e quelle serie, mosse da chi di libri se ne intende e non è toccato da invidie, gelosie e tutta un’altra serie di brutte emozioni. Si tende anche, con il tempo, a vedere il proprio libro come qualcosa che non ci appartiene, forse perché il tempo trascorso ci ha cambiati, e non siamo più ciò che eravamo quando l’abbiamo scritto. Insomma, diventa sempre più facile accettare le critiche, farsi scivolare addosso le opinioni negative, fare tesoro dei buoni consigli, non prendersela a male. Ho sempre pubblicato tutte le critiche su questo sito, senza “pulirle” né rifiutarle, perché sono dell’idea che ci sarà sempre qualcuno a cui non piacerà quello che faccio, e non mi sembra giusto non accettare un parere negativo dopo aver manifestato il coraggio di sottoporsi al giudizio di chiunque. Ho voluto pubblicare su questo sito “Adelmo Greco“, un racconto breve scritto alcuni mesi fa per una rivista di computer e hacker, e l’ho fatto perché tutti voi poteste rendervi conto, senza dover comprare il libro, di come scrivo. Una sorta di giro di prova, se vogliamo metterla in questi termini. Alcuni di voi hanno letto il racconto e lasciato un breve commento pubblico qui sul sito, e va benissimo, li ringrazio molto. Poi c’è stato Daniele, un amico conosciuto in rete, che ha fatto qualcosa di più. La sua recensione mi è sembrata professionale e completa, e mi è parso il caso di pubblicarla qui, in un post, sotto gli occhi di tutti, prima ancora che citarla tra i commenti al racconto. Ringrazio Daniele, che ha letto con attenzione e recensito con precisione, e resto in attesa di una parere sul mio libro… ;-)
Adesso, eccovi la sua critica:

Critica:
Mi hanno divertito le espressioni “bomba a orologeria attaccata al sedere” e anche quel singolare “un altro bel po’”, che mettono subito il lettore a proprio agio, come se si trovasse in un ambiente in cui non sono richieste particolari formalità, come smoking o cravatta. Anche con una tuta da ginnastica indosso non ci si sente additati.
Ma poco dopo compare un tema grave, quasi cupo, certamente diverso dallo “zucchero” che non veniva richiesto dai vicini. C’è una frase precisa che, come un accordo minore, determina un cambio di clima, un immediato crescendo di attesa che spinge il lettore ad aggrottare la fronte: “Dal suo appartamento non proviene nessun rumore”. E’ un bel momento poiché si insinua la componente del mistero e dell’attesa riguardo Adelmo. Chi era in realtà? Cosa faceva nel suo appartamento? Occorre leggere più in fretta per scoprirlo.
Il punto di vista è quello del narratore personaggio, un personaggio che, ad onta del fatto che questo racconto doveva parlare di informatica, è impreparato in materia. Non è affidato al narratore di nominare gli hard-disk da 600gigabyte, i microprocessori quad-core 5,8GHz, le ventoline di raffreddamento in alluminio, gli acceleratori grafici nivida GE Force e chi più ne ha più ne metta. Eppure tutto questo viene detto, ogni componente viene descritto e snocciolato in tutte le sue caratteristiche con attenzione da Adelmo, e dunque il racconto è a tema, ma il narratore, non sapendo “come nominare quegli attrezzucoli” non è in grado di riportare fedelmente quanto ascoltato dalle frasi ossessive dell’altro.
E’ qui che ho trovato il tuo genio Chiara! Perché se è vero che personalmente non te ne intendi molto di informatica, è probabile che tu abbia volutamente scelto questo punto di vista per adattarlo alle tue reali conoscenze. Lo trovo geniale. Questo apre la strada agli scrittori nei più disparati settori anche se gli stessi non sono dei fenomeni in campo. Esempio, se un giorno mi verrà chiesto di scrivere qualcosa sulla caccia, o sulla vita nel porto, o sulla biologia, non dovrò necessariamente tirarmi indietro, perché non è detto che sia io, nel racconto, a dover spiegare la biologia, potrei diventare l’amico di un biologo che avevo invitato a cena…
La parte centrale del racconto racchiude il cosiddetto “senso”. Ed è un senso per niente banale. Infatti ognuno di noi ha per l’appunto “la sua droga”, il suo svago, quella cosa per cui vive. Non ho potuto far a meno di chiedermi quale fosse la mia di droga. Ne ho trovate diverse, (tutte leggere, che “non uccidono”) tra le quali non potevano mancare lettura e scrittura. Ci sono momenti infatti, non sempre a dire il vero, in cui dopo aver scritto o letto una pagina che mi piace, mi sento rinvigorito, eccitato, come se avessi appena preso un caffé corretto al Borghetti!
Questo per dire che il racconto non è per niente banale.

Inoltre, quando si dice che Adelmo, tra le varie cose, aveva il “blog da controllare” non ho potuto fare a meno di fare un’altra piccola riflessione. Quanti blog interessanti che stanno in rete, con cui tutti i giorni tessiamo relazioni, in cui andiamo per informarci su un certo argomento, o altro, sono in realtà gestiti da pazzi scatenati che vivono vite sregolate e sono prossimi al suicidio? Questo sinceramente mi ha fatto un po’ paura.

Altra espressione azzeccata e di grande effetto è quella della signora Rigoni che “si è arrampicata… con il suo bastone e la sua smorfia di dolore”. Impossibile non vedere la vecchia arrancare per il pianerottolo, particolare che rende simpatica la signora fin dal suo primo apparire sulla scena, un ingresso scenico e trionfale.
Il fatto che “l’ascensore si è rotto di nuovo” rafforza invece la descrizione dell’ambiente e si riallaccia direttamente al “grande condominio in una grande città” con “le pareti sottili” e tutto il resto. Un megacondominio anni ‘70 o giù di lì, immagino. Non certo il luogo più bello in cui vivere. Ed è proprio l’ambiente lievemente malsano a rendere vera la figura di Adelmo, con le sue stranezze e i suoi misteri. In un grande condominio è più facile infatti trovare gente disagiata, drogata o con qualche rotella fuori posto. Intanto il tragico epilogo, “il fatto” inizia a farsi strada e il lettore inizia a chiedersi se Adelmo si sia buttato dalla finestra o abbia piantato un coltello da cucina nella schiena di qualcuno.

Ma quale miglior personaggio poteva concludere una vicenda così tragica in modo tale da fargli assumere un aspetto comico e spassoso? Ovviamente la signora Rigoni.
“Con un cavo del computer si è impiccato!” è quella frase che ti appaga, ti lascia sospeso tra il riso e il macabro. Ti fa dire che il racconto è ben fatto e che non ha niente da invidiare ai gialli di successo.

Critica cattiva, cattivissima:

Quando il narratore dice che si chiuse la porta della sua casa “alquanto normale dietro le spalle”, mi sembra che quel “alquanto normale” inserito lì in mezzo senza punteggiatura, parentesi o altro, spiazzi un po’ troppo il lettore. Sembra quasi che si tratti di un pezzo lasciato lì per sbaglio, una pietruzza su cui si inciampa. Forse tra due parentesi potrebbe rendere meglio.

Il periodo subito successivo, a mio parere, ha un “addirittura” o un “magari” di troppo. Nel dire “addirittura il motivo per cui si alza la mattina magari” mi sembra che le due parole vogliano dire la stessa cosa, quindi c’è una ripetizione. Io avrei cancellato una delle due, a scelta.

Conclusioni:

Insomma Chiara, questo racconto mi è piaciuto. Ti faccio i miei complimenti e spero di leggere presto qualcos’altro scritto di tuo pugno.
Non spaventarti del fatto che ho scritto un sacco per il commento; è che oggi avevo tempo e mi sono divertito a giocare al critico…

Tanti saluti

Daniele Trucchia

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La metà oscura

Pubblicato da Chiara Vitetta su 30 Ottobre 2009

meta-oscuraStephen King è uno scrittore molto attivo. Dal 1974 ad oggi ha scritto circa sessanta libri, libro più, libro meno. Li ho letti quasi tutti, e secondo il mio modesto parere, i più belli sono quelli scritti tra il 1974 e il 1996. Tra questi c’è anche La metà oscura, scritto nel 1989. Ve lo consiglio, ma non voglio raccontarvi la trama. Anche se King ha una fantasia notevole e costruisce trame molto complesse e belle, penso che il suo punto di forza sia il modo di scrivere. Al di là dei gusti, penso che sia uno scrittore eccezionalmente bravo. Credo che chi non ne riconosca la bravura sia invidioso o prevenuto. Una cosa sono i gusti, un’altra è non dare a Cesare quel che è di Cesare! Naturalmente questa è solo una mia opinione. Ho letto La metà oscura tanti anni fa, ma di recente ho avuto voglia di rituffarmi in questo affascinante romanzo, e lo sto rileggendo. Mentre mi gustavo alcuni passaggi cercando di imparare, mi sono detta “Beh, questo è materiale per un post!”. Specie se non avete mai letto un suo libro, potrà essere interessante leggere questi estratti. Insomma, eccovi una dimostrazione dello stile di Stephen King.

(…) Dodie Eberhart era scazzata e quando Dodie Eberhart era scazzata, voleva dire che nella capitale della nazione c’era una battona che era meglio prendere con le molle. Saliva le scale del condominio di L Street con la caparbietà (e potremmo dire la mole) di un rinoceronte che attraversa un tratto di savana. Il vestito blu oltremare si tendeva e rilasciava su un petto per la verità un po’ troppo voluminoso per poterlo definire semplicemente abbondante. Faceva dondolare come pendoli le braccia carnose. (…)

(…) Dodie era una prostituta con con il cuore di un cassiere di banca e l’anima di uno scarafaggio dedito all’aggiotaggio. Due dei suoi habitué, un senatore del partito democratico e un rappresentante del partito repubblicano con una lunga carriera di onorevole alle spalle, le avevano garantito un reddito sufficiente a permetterle di ritirarsi dagli affari. Non che lo avessero fatto spontaneamente, però. (…)

(…) <<ABBASSATE QUEL CAZZO DI GIRADISCHI!>> tuonò alla capacità massima dei suoi polmoni… e quando Dodie Eberhart alzava la voce al massimo livello di decibel, le finestre andavano in frantumi e i timpani dei bambini piccoli sanguinavano e i cani stramazzavano stecchiti.
Il volume della musica piombò fulmineamente al livello di un bisbiglio. Sentì quasi gli Shulman abbracciarsi tremanti come un paio di cuccioli spaventati in un temporale e pregare la Strega Cattiva di L Street non fosse lì per loro. Avevano paura di lei. Non era un sentimento infondato. Shulman lavorava come consulente di diritto societario presso un affermato studio legale, ma era ancora a due ulcere di distanza dall’acquisire il rilievo sociale necessario a tenere a bada Dodie. Se le avesse attraversato la strada in quella fase della sua giovane vita, lei si sarebbe fatta un paio di giarrettiere con le sue budella e Shulman lo sapeva e tutto questo era molto soddisfacente. (…)

(Stephen King)
(da: “La metà oscura”)

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Le priorità

Pubblicato da Chiara Vitetta su 27 Ottobre 2009

sabbia tra le dita

Oggi voglio proporvi una storiella molto carina che ho scoperto grazie ad Helmut, un visitatore assiduo di questo sito, nonché un mio buon amico. Lo ringrazio, perché mi ha permesso di conoscere questa storiella, che non avevo mai letto né sentito. Credo che le parole che state per leggere possano esservi utili per vivere bene, il che non è poco. Ho sempre pensato che le persone più fortunate hanno, in mezzo ad altre qualità,  anche la capacità innata di saper distinguere tra tutte le cose che ci riempiono la vita, quali siano le più importanti. Spero che abbiate questa fortuna, o che in alternativa possiate imparare a vivere meglio grazie a questa piccola storia. Godetevela!

Quando ti sembra di avere troppe cose da gestire nella vita, quando 24 ore in un giorno non sono abbastanza… ricordati del vaso della maionese e dei due bicchieri di vino…

Un professore stava davanti alla sua classe di filosofia e aveva davanti alcuni oggetti. Quando la classe incominciò a zittirsi prese un grande barattolo di maionese vuoto e lo iniziò a riempire di palline da golf, chiese poi agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi risposero che lo era.

Il professore allora prese un barattolo di ghiaia e la rovesciò nel barattolo di maionese, lo scosse leggermente e i sassolini si posizionarono negli spazi vuoti tra le palline da golf. Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi concordarono che lo era.

Il professore prese allora una scatola di sabbia e la rovesciò nel barattolo, ovviamente la sabbia si sparse ovunque all’interno. Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti risposero con un unanime ’si’.

Il professore estrasse quindi due bicchieri di vino da sotto la cattedra e rovesciò il loro intero contenuto nel barattolo andando così effettivamente a riempire gli spazi vuoti nella sabbia; gli studenti risero.

‘Ora’, disse il professore non appena la risata si fu placata, voglio che consideriate questo barattolo come la vostra vita: le palle da golf sono le cose importanti; la vostra famiglia, i vostri bambini, la vostra salute, i vostri amici e le vostre passioni, le cose per cui, se anche tutto il resto andasse perduto, e solo queste rimanessero, la vostra vita continuerebbe ad essere piena; i sassolini sono le altre cose che hanno importanza come il vostro lavoro, la casa, la macchina… la sabbia è tutto il resto, le piccole cose. Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima non ci sarà spazio per la ghiaia e nemmeno per le palle da golf, lo stesso vale per la vita, se spendete tutto il vostro tempo e le vostre energie dietro le piccole cose non avrete più spazio per le cose che sono importanti per voi.

Prestate attenzione alle cose che sono indispensabili per la vostra felicità; giocate con i vostri bambini, godetevi la famiglia e genitori fin che ci sono…. portate il vostro compagno/a fuori a cena… e non solo nelle occasioni importanti! Tanto ci sarà sempre tempo per pulire la casa o fissare gli appuntamenti.

Prendetevi cura per prima delle palle da golf, le cose che contano davvero. Fissate le priorità… il resto è solo sabbia.’

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il vino. Il professore sorrise: ‘Sono felice che tu l’abbia chiesto, serve solo per mostrarvi che non importa quanto piena possa sembrare la vostra vita, ci sarà sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un amico’.

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Spesso la vita è

Pubblicato da Chiara Vitetta su 24 Ottobre 2009

Spesso la vita è soltanto lucehesse104
che sfavilla nei colori della gioia
e ride e non chiede di coloro
che soffrirono, che perirono.

Il mio cuore però sta sempre dalla parte di coloro
che nascondono il dolore
e si ritirano alla sera nella camera
per piangere di struggimento.

So che tanti stanno errando
angosciati e sofferenti,
tutte le loro anime chiamo sorelle
e do loro il benvenuto.

So che piangono di sera
chinati su mani bagnate,
vedono soltanto pareti oscure
e non lo splendore di luci.

Portano però di nascosto,
persi ed inconsapevoli,
la dolce luce dell’amore
per tenebre e pene.

(Hermann Hesse)

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Emozioni in bianco e nero

Pubblicato da Chiara Vitetta su 22 Ottobre 2009

emozioni in bianco e neroBuongiorno aspiranti scrittori e non,

ecco per voi una buona opportunità: un concorso letterario. “Emozioni in bianco e nero” è il titolo del concorso letterario indetto dalla Edizioni del Poggio. Si tratta di un concorso gratuito, a tema libero, diviso in tre sezioni: racconti, fiabe e poesie. Cosa si vince? Cito direttamente dal bando del concorso:

“I premi per gli elaborati primi tre classificati per ogni sezione, consisteranno in un COMPUTER PORTATILE, attestato di merito con medaglia;  per i secondi classificati in una FOTOCAMERA DIGITALE, attestato di merito con medaglia; per i terzi classificati TELEFONO CELLULARE, attestato di merito con medaglia. Ai primi trenta Autori di ogni sezione scelti dalla giuria del concorso, sarà rilasciato un attestato di merito con medaglia e gli elaborati saranno pubblicati in una antologia edita dalla casa editrice Edizioni del Poggio che avrà per titolo il nome del concorso “EMOZIONI IN BIANCO E NERO, Fiabe, Poesie, Racconti… Storie di carta 2009”. A insindacabile giudizio dell’editore potranno essere istituiti ulteriori premi quali: “Segnalazione speciale della Casa Editrice Edizioni del Poggio” e inserite nell’antologia del concorso.”

Il termine utile per l’invio del materiale è il 7 novembre 2009.

Per tutte le altre informazioni, vi invito a leggere il bando.

Auguro a tutti buona fortuna e buona scrittura! ;-)

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Millennium

Pubblicato da Chiara Vitetta su 19 Ottobre 2009

marsilio_-_laragazza_che...Dopo Uomini che odiano le donne, ho letto con grandissimo piacere anche La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta, secondo e terzo volume della trilogia “Millennium” dello scrittore svedese Stieg Larsson. Come ho ampiamente detto nel post sul primo libro della trilogia, mi rende molto triste sapere che questo scrittore non si può godere il meritato successo che i suoi romanzi hanno avuto, e ora che ho letto anche l’ultimo dei tre sono ancora più triste perché so che non leggerò mai altri suoi libri. La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta affrontano una storia diversa da quella del primo volume. Riprendono tutti i personaggi e ricominciano grossomodo dalla fine dell’altro libro, ma la storia questa volta è tutta incentrata su Lisbeth Salander, la protagonista femminile di Uomini che odiano le donne. Questo strano personaggio mi ha subito conquistata. Una donna mingherlina, piena di piercing e tatuaggi, forte e determinata, bravissima hacker e con una memoria visiva strabiliante, intelligente  e buona, ma capace di tutto, anche delle più terribili vendette quando si tratta di uomini che odiano le donne. Mikael Blomkvist, il personaggio maschile più importante della storia (e su cui è incentrato il primo libro della trilogia), la definisce “la ragazza che odia gli uomini che odiano le donne”. E leggendo capiamo bene le ragioni del suo odio…

regina_castelli_di_cartaMentre nel primo libro conosciamo di lei le grandi capacità, ma solo sprazzi del suo passato e delle ragioni delle sue peculiarità e dei suoi problemi, negli altri due libri, che sono praticamente un’unica storia, veniamo a sapere, pian piano e con crescente stupore e a volte orrore, tutto quello che ha reso Lisbeth ciò che è. La vedremo anche crescere, migliorare, capire che non è sola come crede, accorgersi che dopotutto non tutte le persone sono detestabili. Larsson è bravissimo nella descrizione dei personaggi e nel gestire l’intreccio della storia. In questi due libri scopriremo, pagina dopo pagina, intrighi inaspettati. Con stupore vedremo come Lisbeth è stata oggetto di un’ingiusta macchinazione e la sua vita sacrificata per quella di un agente segreto. Non vi dico altro, se non che la lettura di questi libri è a dir poco piacevole, che ogni pagina è necessaria, e che vi dispiacerà terribilmente leggere le ultime righe dell’ultimo libro… non ci sono altri romanzi scritti da Larsson. Questo è tutto… Triste, terribilmente triste. Comunque era da moltissimo tempo che non amavo tanto il personaggio di un libro. Ricordo con una certa nostalgia (infatti credo che lo rileggerò presto) “Il silenzio degli innocenti” (Thomas Harris) nel quale lo scrittore ha saputo far amare un personaggio terribile come Hannibal Lecter, oppure Mike Noonan, protagonista di Mucchio d’ossa (Stephen King) o ancora, Alan Pangborn in “Cose preziose” (Stephen King). Quando uno scrittore riesce a fare questo, per me ha raggiunto un grande traguardo. Vi auguro buona lettura e vi lascio con due citazioni, entrambe tratte da La ragazza che giocava con il fuoco.

“Era stato in quell’attimo che aveva cominciato a odiare Lisbeth Salander con un’intensità che ardeva come acciaio incandescente nel suo cervello e trasformava la sua esistenza in una brama ossessiva di distruggerla. Fantasticava sulla sua morte. Fantasticava di costringerla a strisciare in ginocchio elemosinando pietà. Sarebbe stato spietato. Sognava di chiudere le mani intorno al suo collo e stringere fino a farla boccheggiare in cerca d’aria. Voleva strapparle gli occhi dalle orbite e il cuore dal petto. Voleva cancellarla dalla superficie terrestre.”

“Non esistono innocenti. Esistono solo gradi diversi di responsabilità.”

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I 10 diritti del lettore

Pubblicato da Chiara Vitetta su 16 Ottobre 2009

come-un-romanzo

“Come un romanzo” è un saggio sulla lettura scritto nel 1992 da Daniel Pennac. Non l’ho ancora letto, ma grazie ad un amico ho avuto alcuni estratti che sto per presentarvi. Nonostante io non ami i saggi, ho intenzione di leggerlo presto, ma nel frattempo vi propongo i 10 diritti del lettore contenuti in questo libro. Non concordo con alcuni punti, ma li trovo tutti molto interessanti. Come mi ha suggerito Alfredo (che ringrazio per la segnalazione di questi estratti), magari un giorno vi proporrò i 10 diritti dello scrittore. :-)

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo. Esiste tutto un rituale della lettura. Leggere concede una tregua all’esistenza. La lettura è un regalo, è gratuita, deve perciò nascere dal piacere stesso del leggere e non può essere imposta.

La lettura è anche una necessità e un atto di resistenza contro ogni contingenza della vita. È un atto di condivisione selettiva e differita, crea un’intimità paradossale tra due solitudini, quella del lettore e quella dell’autore. A leggere, si impara leggendo. Il tempo per leggere si trova rubandolo.

La lettura è un modo di essere. Essere lettore è una gioia in sé e perciò i lettori hanno tutti i diritti.”

I 10 DIRITTI DEL LETTORE:

1. IL DIRITTO DI NON LEGGERE

(…) la maggior parte dei lettori si concede quotidianamente il diritto di non leggere. (…) tra un buon libro e un brutto telefilm, il secondo ha, più spesso di quanto vorremmo confessare, la meglio sul primo. Inoltre, non leggiamo sempre. I nostri periodi di lettura si alternano sovente a lunghi digiuni (…)

2. IL DIRITTO DI SALTARE LE PAGINE

Ho saltato delle pagine (…). E tutti i ragazzini dovrebbero fare altrettanto. In questo modo potrebbero buttarsi prestissimo su tutte le meraviglie ritenute inaccessibili per la loro età. (…) Un grave pericolo li minaccia se non decidono da soli quel che è alla loro portata saltando le pagine che vogliono: altri lo faranno al posto loro.

3. IL DIRITTO DI NON FINIRE IL LIBRO

Ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine: la sensazione del già letto, una storia che non ci prende, il nostro totale dissenso rispetto alle tesi dell’autore, uno stile che ci fa venire la pelle d’oca (…) Inutile enumerare le 995 altre ragioni, fra le quali si debbono tuttavia annoverare la carie dentale, le angherie del capoufficio o un terremoto del cuore che ci paralizza la mente. (…)

4. IL DIRITTO DI RILEGGERE

Rileggere quel che una prima volta ci aveva respinti, rileggere senza saltare nessun passaggio, rileggere da un’altra angolazione, rileggere per verificare (…). Ma rileggiamo soprattutto in modo gratuito, per piacere della ripetizione, la gioia di un nuovo incontro (…)

5. IL DIRITTO DI LEGGERE QUALSIASI COSA

(…) ci sono “buoni” e “cattivi” romanzi. Molto spesso sono i secondi che incontriamo per primi sulla nostra strada. E, parola mia, quanto toccò a me, ricordo di averli trovati “belli un casino”. Ma sono stato fortunato: nessuno mi ha preso in giro… Qualcuno ha solo lasciato sul mio passaggio qualche “buon” romanzo guardandosi bene dal proibirmi gli altri.

6. IL DIRITTO AL BOVARISMO

E’ questo, a grandi linee, il “bovarismo”, la soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazione: l’immaginazione che si dilata, i nervi che vibrano, il cuore che si accende, l’adrenalina che sprizza, l’identificazione che diventa totale (…)

7. IL DIRITTO DI LEGGERE OVUNQUE

(qui Pennac ci presenta un soldato un po’ particolare, che ama leggere Gogol durante l’esecuzione di un servizio, considerato dai più, poco onorevole: pulire le latrine. Il messaggio, consegnatoci dallo scrittore francese, è che qualunque luogo è buono per chi ami la lettura…. anche un comune gabinetto).

8. IL DIRITTO DI SPIZZICARE

E’ la libertà che ci concediamo di prendere un volume a caso della nostra biblioteca, di aprirlo dove capita e di immergercisi un istante, proprio perché solo di quell’ istante disponiamo.

9. IL DIRITTO DI LEGGERE A VOCE ALTA

L’uomo che legge a viva voce si espone completamente agli occhi che lo ascoltano. (…)

10. IL DIRITTO DI TACERE

L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. (…)
(…) le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere.

(Daniel Pennac)

(da: “Come un romanzo”)

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Qualche immagine dal Pisa Book Festival 2009

Pubblicato da Chiara Vitetta su 14 Ottobre 2009

Le autrici allo stand

Da sinistra verso destra: Flavia Vizzari (autrice della raccolta di poesie: “…e chiovi”) e Chiara Vitetta

Edizioni del Poggio

Stand ed autrici

Libri

Firmando

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Pisa Book Festival 2009

Pubblicato da Chiara Vitetta su 12 Ottobre 2009

fieraSalve naviganti,

eccomi di nuovo tra voi dopo il Pisa Book Festival, che si è concluso ieri sera. Devo dire che è stato molto bello tornare a casa e trovare come accoglienza il primo commento di una nuova lettrice: Angela. Eccolo:

“Ciao Chiara,
ci siamo viste ieri al Pisa Book Festival e distrattamente ho comprato il tuo libro…per regalarlo al mio ragazzo (ti ho detto)..perchè non è il mio genere…perchè comprare da una emergente è rischioso ma il tuo amico allo stand è stato convincente…perchè mi piaceva la copertina..(ed ora mi piace ancora di più)
Insomma l’ho divorato nella notte…e davvero non è il mio genere..ma è stata una lettura piacevole, accattivante, scorrevole, evocativa..non sono brava come te a scrivere..
Volevo farti i complimenti e dirti grazie della bella serata passata e di aver creduto in te..
Una nuova sostenitrice..passerò spesso dal sito in modo da avere il piacere di nuove scoperte

Angela

PS Black-out sarebbe eccezionale anche come fumetto (sono una nostalgica dylaniata)..sei riuscita ad evocare con le parole tante di quelle sensazioni ed emozioni perdute che ho immaginato i personaggi, i luoghi, i colori (meglio le scale di grigio) che starebbero benissimo anche sulle tavole disegnate da un bravo fumettista.”

Ringrazio di nuovo Angela, perché la sua fiducia dà un senso alle mie fatiche. Se un giorno potrò fare di questo mestiere meraviglioso il mio principale lavoro, sarà anche grazie a lei.  Ringrazio tutti coloro che hanno chiacchierato con me, che mi hanno sorriso, che hanno comprato il mio libro e che mi hanno dedicato parte del loro tempo sia durante la fiera che dopo, al loro pc, venendo su questo sito a dare un’occhiatina curiosa. Infine ringrazio i miei compagni d’avventura, specie Maurizio, senza cui questa esperienza non sarebbe stata la stessa.

Aspetto altri visitatori alle prossime fiere. Sarete presto aggiornati sulle date, non temete. :-)

P.S. Chissà che un giorno “Blackout” non diventi davvero un fumetto! ;-)

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Perché Dio ha inventato la Calabria?

Pubblicato da Chiara Vitetta su 8 Ottobre 2009

parghelia2Buongiorno naviganti della rete,

oggi non vi parlerò di libri, né di film o di fiere (anche se parto domani per il Pisa Book Festival), perché qualcosa mi ha mosso una certa indignazione, e mi sento di parlarne qui. Io sono calabrese, e come tale scuoto la testa di fronte alle affermazioni del signor Venditti, famoso cantante romano. Durante un concerto in Sicilia, nell’introdurre una canzone ha esclamato: “Perché Dio ha fatto la Calabria?” e come sempre accade non sono state le parole in sé il problema:  mica ce la prendiamo per così poco, avrebbe anche potuto essere una battuta! Purtroppo invece il signor Venditti ha pronunciato questa frase con un fastidio palese, e subito dopo ha aggiunto di aver conosciuto un giovane che si recava in Sicilia per lavorare. Secondo lui, la ragione era da imputarsi all’assenza di cultura in Calabria. Non voglio stare qui a dirvi cosa hanno di buono i calabresi e cosa di cattivo: prima di essere calabresi siamo esseri umani, come tutti, e come tali abbiamo pregi e difetti, né più né meno di tutti gli altri italiani. C’è chi pretende le scuse dal signor Venditti… Beh, io sono una persona raffinata e non vi dico dove può mettersi le sue scuse. Sono certa che saprete tutti immaginarlo molto bene. Fosse per me Venditti non vedrebbe più un centesimo da un calabrese, né per l’acquisto dei suoi dischi, né tanto meno per pagare i biglietti dei suoi concerti. Sono qui per indignarmi ad alta voce, ma anche per dire che io sono calabrese, e ritengo di essere parte della cultura di questa regione. Conosco giovani pittori eccellenti, musicisti preparati e talentuosi, persone in gamba, giovani e piene di qualità, che devono solo trovare la propria strada nel mondo e avere il tempo di raggiungere il successo. Ci sono io, per ora sconosciuta scrittrice agli esordi, e ci sono loro, pieni di sogni e speranze, che forse un giorno andranno via da questa terra, ma resteranno calabresi, sempre.

In Italia i luoghi comuni si sprecano, e quelli sulla Calabria vanno dalla mafia al peperoncino, alla gelosia degli uomini per finire a volte col dire (e qui Vasco Rossi fece la sua pessima figura qualche anno fa, anche peggio di Venditti) che si va in Calabria perché “si deve pur andare al cesso”. Sembra che i nostri soldi, comunque, siano buoni quanto quelli dei romani, dei veneti e dei liguri, giusto per citarne tre. E così qui si viene per andare al cesso e non c’è cultura… buon Dio, speriamo che Venditti venga a salvarci! Sono certa che l’affetto e gli applausi che porta a casa tornando dalla Calabria non gli servono a nulla: ci vuole una certa sensibilità d’animo per nutrirsi e saziarsi del sincero apprezzamento dei propri fan;  ma spero che gli siano utili i soldi che intasca! Potrebbe impiegarli, ad esempio, per studiare un po’. Certo l’educazione e il rispetto per gli altri alla sua età ormai non si imparano più, ed è anche vero che l’intelligenza non si compra e che la stupidità è una malattia incurabile, ma la cultura… quella la si potrebbe acquisire. Allora per Venditti e tutti quelli come lui che hanno queste geniali pensate e le esternano anche, ecco un po’ di cultura, giusto qui sotto, in un interessante elenco di nomi. Sono certa che Venditti conosca questi personaggi, almeno per sentito dire. Perché lo sappia, questi uomini e queste donne che lasciano e hanno lasciato tracce nella storia dell’Italia, sono calabresi, tutti. E ce ne sono molti altri. Si informi, signor Venditti, si informi…

STILISTI: Gianni Versace, Donatella Versace

CALCIATORI: Gennaro Gattuso, Vincenzo Iaquinta

FILOSOFI: Tommaso Campanella, Pasquale Galluppi

SCRITTORI: Corrado Alvaro, Mario La Cava, Leonida Repaci

COMICI: Franco Neri

PUGILI: Giovanni Parisi (oro olimpico alle olimpiadi di Seoul del 1988 e campione del mondo nel 1992-93 e 1996-98)

MEDICI: Renato Dulbecco (Nobel per la medicina nel 1975)

CANTANTI: Loredana Bertè, Mia Martini, Sergio Cammariere, Rino Gaetano, Mino Reitano

Per concludere in bellezza, vorrei rispondere alla domanda del signor Venditti, “Perché Dio ha inventato la Calabria?”. Potrebbe averla inventata per dare a lei e chi la pensa come lei una ragione per stra-parlare, oppure per renderla un perfetto luogo in cui trascorrere le vacanze di chi tutto il resto dell’anno vive in altre regioni, oppure ancora perché al suo interno crescessero persone costrette a faticare il triplo per emergere in una terra in cui i sogni sono considerati un lusso. Potrei andare avanti per ore, ma la verità è che non è importante il perché: quello che importa è che noi calabresi esistiamo, e ne siamo felici. E anche se la Calabria è una madre ingrata, è pur sempre una madre, ed è nostra madre.

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