Chiara Vitetta

Il gene della sconfitta

Pubblicato da Chiara Vitetta su 8 febbraio 2010

Chissà quanti di voi si lamentano del posto in cui vivono, specie tra i cittadini del sud Italia. Noi del sud siamo tante belle cose, ma abbiamo le nostre gatte da pelare, gatte che non stanno pacifiche sulle nostre gambe a farsi accarezzare, ma scorrazzano per le piccole città in cui viviamo, e non trovando pace tornano costantemente a tormentarci. Qui non credo che il problema sia la mancanza di lavoro soltanto (credo che solo per certi mestieri ci sia davvero), qui manca la materia prima: la fiducia. Qui, ragazzi miei, non ci crede più nessuno. “A cosa non credono?” vi starete chiedendo. Non credono e basta. Non credono nel futuro e nei mestieri “strambi”, non credono nel successo e nei risultati derivanti dal lavoro duro. Qui non credono. Qui se anche solo ti azzardi a dire che vuoi fare lo scrittore, o l’attore, o il regista o il cantante o simili, si ride. Chi ti credi di essere? Mica tu sei Tornatore! E mica sei Gassman, e guarda che tu non sei certo Bocelli. E che ti pare? Senza raccomandazione non arrivi da nessuna parte! … Qui non ci credono. Non ci credono, ma voi non dovete credere alla loro sfiducia. “Qua si campa d’aria” cantava anni fa Otello Profazio in una canzone che definirei cinica, e che naturalmente parla del sud. Eh sì, si campa d’aria… certo se si campasse di sogni saremmo quasi tutti morti. Qui i sogni vengono infranti presto da genitori che non ci credono. Qui mamma e papà ti dicono studia. Non ci credono. Non si può certo dire che non ci sia una scrematura: con tutte le stroncature di sogni provocate da genitori a loro volta (e a loro tempo) delusi, quelli che ci provano sono veramente pochi, forse i più forti o i più fiduciosi, sicuramente quelli un po’ presuntuosi. Qui la presunzione non manca, la testardaggine, poi… noi calabresi siamo famosi per quella! Ma la fiducia… non è nel nostro dna. No, noi non ci crediamo. Anche quando forse sta andando, noi abbiamo il piano b, il “piano sfiducia”, e quando la nostra passione è troppo forte per cedere a questo piano, dobbiamo forzare noi stessi a ripetere mille e una volta che ce la faremo. Noi ce la faremo… sconfiggeremo anche il gene della sconfitta, anche se probabilmente avremo bisogno di allontanarci per sempre dalla madre che ce l’ha trasmesso.

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Intervista

Pubblicato da Chiara Vitetta su 5 febbraio 2010

Buongiorno visitatori, oggi vi propongo le risposte alle domande che un collega scrittore, Matteo Zapparelli,  mi ha posto.

Potete leggere l’intervista sul suo sito, cliccando qui:

http://www.matteozapparelli.altervista.org/intervista-a-chiara-vitetta.html

Buona lettura!

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Il conte di Montecristo

Pubblicato da Chiara Vitetta su 3 febbraio 2010

“Guardate, guardate…” disse il conte, afferrando ciascuno dei due giovani per la mano, “guardate, perché, sull’anima mia, è una cosa curiosa: ecco un uomo che era rassegnato alla sua sorte, che camminava al patibolo, che andava a morire come un vile, è vero, ma pure andava a morire senza resistenza e senza recriminazione. Sapete ciò che gli dava qualche forza? Sapete ciò che lo consolava? Sapete ciò che gli faceva prendere il supplizio con pazienza? Era un altro che divideva le angosce, un altro che moriva come lui, un altro che moriva prima di lui. Conducete due montoni alla beccheria o due buoi al macello e fate intendere, se vi riesce, ad uno di questi che il suo compagno non morrà: il montone, cred’io, belerà di gioia, il bue muggirà di piacere, ma l’uomo a cui Iddio ha imposto per prima, per unica, per suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Iddio ha dato la parola per esprimere il pensiero, ora vedetelo qui con i vostri propri occhi, che va sulle furie perché va a morir solo, perché sa che il compagno è salvo. In verità, non me lo sarei mai aspettato! Ecco là, non più terrore, non più rassegnazione; oh, disgraziata creatura, quanto lacrimevole è la tua sorte!” E il conte rise, ma di un riso terribile che faceva comprendere ch’egli aveva orribilmente sofferto per poter giungere a ridere in tal modo.

“Sul primo scalino del patibolo la morte strappa la maschera che si è portata in tutta la vita; e appare il vero viso dell’uomo. Bisogna convenirne, quello di Andrea non era bello a vedersi, era un infame ributtante!… Vestiamoci, ho bisogno di vedere delle maschere di cera e di stucco, per consolarmi della maschere di carne…”

“Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso dire che i morti abbiano in seimila anni fatto tanto male, quanto ne fanno i vivi in un solo giorno.”

(Alexandre Dumas, da “Il conte di Montecristo”)

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543 Emily Dickinson

Pubblicato da Chiara Vitetta su 31 gennaio 2010

Temo l’uomo di poche parole -
temo un uomo che tace -
l’arringatoreposso superarlo -
il chiacchierone – posso intrattenerlo -
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno -
di quest’uomo diffido -
temo ch’egli sia grande.

(Emily Dickinson)

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L’eleganza del riccio (2)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 27 gennaio 2010

Ho parlato di questo libro nel post “L’eleganza del riccio” qualche mese fa. Oggi voglio farvi leggere alcuni estratti:

“Quando la malattia entra in una casa non di impossessa soltanto di un corpo, ma tesse tra i cuori un’oscura rete che seppellisce la speranza. Come una ragnatela che avvolgeva i nostri progetti e il nostro respiro, giorno dopo giorno la malattia inghiottiva la nostra vita. Quando rincasavo, avevo la sensazione di entrare in un sepolcro e avevo sempre freddo, un freddo che niente riusciva a mitigare, al punto che negli ultimi tempi, quando dormivo al fianco di Lucien, mi sembrava che il suo corpo assorbisse tutto il calore che il mio era riuscito a trafugare altrove.”

“C’è sempre la via della semplicità, anche se mi ripugna intraprenderla. Non ho figli, non guardo la televisione e non credo in Dio, tutti sentieri che gli uomini calpestano per rendere la loro vita più semplice. I figli aiutano a rimandare l’angoscioso dovere di affrontare se stessi, compito a cui in seguito provvedono i nipoti. La televisione distrae dalla massacrante necessità di fare progetti a partire dal nulla delle nostre frivole esistenze e, ingannando gli occhi, solleva la mente dalla grande opera del senso. E infine Dio mitiga i nostri timori di mammiferi e l’insopportabile prospettiva che i nostri piaceri un giorno abbiano fine. Quindi io, senza futuro né prole, senza pixel per stordire la cosmica consapevolezza dell’assurdo, certa, invece, della della fine e della previsione del vuoto, credo di poter affermare che non ho scelto la via della semplicità.
Eppure sono tentata.”

“Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura.”

(Muriel Barbery)
(da: “L’eleganza del riccio”)

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Qualche chiarimento (2)

Pubblicato da Chiara Vitetta su 24 gennaio 2010

Quando si frequenta abitualmente un sito, di solito si dovrebbe credere nella sincerità di chi lo gestisce, altrimenti avrebbe poco senso, non trovate? Voi abituè di questo blog probabilmente non avete bisogno del discorsetto che sto per fare, ma alcuni che vanno e vengono o che non hanno niente di meglio da fare che trovare pecche tra le mie parole, di certo hanno bisogno di una risposta che valga per tutte. Ormai ho capito che essere pro o contro l’editoria a pagamento è un po’ come essere di destra o di sinistra, perché così come nella politica o nella religione, anche nell’ambito dell’editoria gli schieramenti opposti sono troppo diversi per scontrarsi in modo fruttuoso. Le eccezioni esistono, ma se permettete sono così rare che non le prenderò in considerazione.

Dunque sono contraria all’editoria a pagamento, lo dico in molte occasioni su questo sito e lo dico altrove, quando mi sembra di poter dare una mano a qualcuno spiegando le mie idee, specchio delle piccole esperienze fatte in questi anni. Dopo le ultime inutili, sterili ed estenuanti discussioni, mi sono ripromessa di non intervenire più in certi tipi di discorsi; e così sarà. Sono qui oggi per rispondere per l’ultima volta ad un quesito che alcuni mi pongono, tra i sospetti e i mezzi sorrisi di soddisfazione che percepisco anche solo dai commenti. “Ma come fai a dire che sei contro l’editoria a pagamento se sul sito del tuo editore c’è scritto che per le pubblicazioni è richiesto un contributo? Non credo che non hai pagato!!!”

Eccoci qua, allora.

La Edizioni del Poggio è libera di gestire le pubblicazioni come meglio crede, anche se io non concordo assolutamente con la richiesta di contributo. In cinque anni di fatica alla ricerca di un editore che non mi chiedesse soldi, erano i momenti di relax quelli che utilizzavo per sostenere il mio sogno. Io non ho messo soldi per la pubblicazione: ho messo la mia fatica. Ho messo momenti in cui ero distrutta per il tanto lavoro, ma anziché riposare scrivevo lettere e sinossi, cercavo editori e mi angustiavo per i no e i contratti a pagamento. 200 editori contattati, tante lettere deprimenti in risposta al mio “non ho intenzione di contribuire economicamente”, tanti tipografi travestiti da editori lungo la mia strada. Durante l’estate del 2008, poi, ecco un editore che crede in me, il primo che non mi chiede il fatidco e maledetto contributo. Dire no? E perché? Un contratto per poche iniziali copie da stampare, ma senza uscite da parte mia e con una buona percentuale di diritto d’autore. Non mi sono state fatte promesse di grandi cose, mi è stato detto in completa onestà che le possibilità dell’editore erano limitate visto il numero esorbitante di editori e la difficile situazione in cui versa l’Italia relativamnte ai libri degli esordienti. Mi è stato anche detto che mi sarei dovuta impegnare molto in prima persona. Mettere la fatica? Sono più che disposta a farlo. Mettere i soldi? No, grazie: io non pago per pubblicare! Credo nel valore di ciò che scrivo e non sminuirei mai me stessa e i miei libri pagando per vederli stampati. La Edizioni del Poggio propone sia contratti a pagamento che contratti senza contributo, ma sul sito l’editore appare come “a pagamento” e basta. Sin da quando l’ho saputo sono  stata consapevole delle problematiche che avrei potuto affrontare per questa ragione, ma cinque anni sono tanti, i contratti senza contributo non piovono come pioggia dal cielo e un editore pronto a rischiare sul mio libro mettendoci i suoi soldi… beh, non capita tutti i giorni.

Sono felice di aver accettato, e grazie a questo editore oggi sono qui, fiera e felice, a percorrere una strada costellata di soddisfazioni a piccoli passi che un giorno mi porteranno lontano.

Come dicevo prima, è una questione di fiducia. Non metterò a disposizione il contratto, sia per una questione di privacy, che per altri due motivi:

1.  Non devo dimostrare niente a nessuno

2. Sono convinta che i malpensanti avrebbero comunque qualcosa da ribattere. Chi può dire, insomma, quanto è autentico un contratto, e che non è stato “ritoccato”??? Le “teorie del complotto” trovano sempre un modo per affermarsi.

Questo è tutto. Non tornerò più su questo argomento. Credere o no alle mie parole è affar vostro, e nessuno è obbligato a leggere i miei post o conoscere le mie opinioni.

Ringrazio anche in questa occasione i silenziosi assidui visitatori che affollano questo sito. Vi abbraccio e vi sono grata della fedeltà che mi dimostrate.

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L’impresa eccezionale

Pubblicato da Chiara Vitetta su 21 gennaio 2010

Ogni regola, si sa, ha la sua eccezione, e così anche chi ha un’attività commerciale può far parte o meno di una categoria “normale”, oppure di una “eccezionale”. Beh, le case editrici, a quanto pare, spesso si fanno vanto, senza peraltro accorgersene, di far parte della seconda categoria. Mentre una normale impresa corre il rischio di fallire o di perdere soldi rischiando di acquistare un prodotto senza la sicurezza di riuscire a rivenderlo, molte case editrici pretendono di ricevere dei soldi dagli autori per la pubblicazione dei libri. Lo scrittore ha fatto la sua parte mettendo il proprio ingegno e la propria creatività a favore della nascita di un libro, e l’editore dovrebbe mettere il denaro per acquistare i diritti dell’opera per un certo numero di anni, e successivamente pagare lo scrittore con i diritti d’autore e guadagnare attraverso la vendita delle copie stampate. Troppe volte non è così, perché gli editori chiedono agli scrittori di contribuire. Bella parola “contribuire”, non trovate? A me non dà la stessa sensazione della parola “pagare”, ma richiama alla memoria lo Stato che definisce i cittadini “contribuenti” attribuendo loro il dovere di pagare le tasse. C’è da rifletterci: secondo me questo termine non è stato scelto a caso.

E allora che fare? Contribuire e vedere stampato il proprio libro, oppure dire no e rimandare la realizzazione di questo sogno ad una proposta migliore? Per rispondere a questa domanda dovete sapere bene cosa intendete ottenere dalla pubblicazione.
I casi sono tanti, ma ho voluto riasumerli, credendo (spero a ragione) di raggruppare in modo efficace in quattro possibilità la totalità dei casi.

CASO A. Volete vedere il vostro libro pubblicato per regalarlo agli amici e averlo in un bel formato.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rivolgetevi ad un tipografo (a quello più conveniente) e stampate poche copie per voi e gli amici. Risparmierete, e avrete ciò che desiderate.

CASO B. Volete fare gli scrittori di mestiere e per voi non è un problema contribuire economicamente.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rivolgetevi ad un’agenzia letteraria. Dopo aver letto e giudicato l’opera, si occuperà di proporla a un tot di editori con cui collabora. Ogni agenzia ha i suoi contatti (informatevi bene prima sulle tariffe e sulle collaborazioni) e i suoi prezzi.
In alternativa, potete scegliere un editore a pagamento, ma il mio consiglio è accertarvi di firmare un buon contratto, cioè un contratto che dia le dovute garanzie e che non permetta scappatoie all’editore.

CASO C. Volete fare gli scrittori di mestiere ma non volete o non potete spendere un centesimo in contributi vari.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: rimboccatevi le maniche e armatevi di pazienza, forza e caparbietà, perché dovrete contattare molti editori, raccogliere molte informazioni, beccarvi molti no, aspettare…
E munitevi di un casco, perché c’è il rischio concreto di rompersi la testa continuando a sbatterla a certi muri. ;-) Se siete bravi, caparbi e forti, sarà solo questione di tempo, ma ce la farete di sicuro!

Avete un altro lavoro che vi consente di tirare a campare e non avete tempo? Beh, se volete fare gli scrittori di mestiere, dovete capire che il tempo dovete trovarlo. Se non siete disposti a sacrificare qualcosa o a rischiare lasciando il vostro lavoro per tentare il tutto per tutto con la scrittura… beh, forse lo scrittore non è il mestiere adatto a voi.

CASO D. Volete fare gli scrittori di mestiere per essere presto ricchi, famosi e invidiati da tutti.
SOLUZIONE CONSIGLIATA: cambiate sogno! Un vero scrittore scrive prima di tutto per sé stesso, e poi per comunicare qualcosa al mondo. I soldi, la fama e l’invidia generata negli altri sono motivi che non hanno a che fare con la passione. Anche a livello pratico, vi avverto: non ci si arricchisce quasi mai con questo mestiere, e di sicuro, se succede, non è una cosa rapida e indolore. Pensateci bene: ci sono tanti mestieri più facili.

Siete curiosi di sapere quanto è capace di chiedere un editore a pagamento per la pubblicazione di un libro?
Bene, eccovi tre casi certi:
1. 3700 euro per l’acquisto di 250 copie (14,80 euro a copia)
2. 2970 euro per l’acquisto di 160 copie (18,56 euro a copia)
3. 2500 euro per l’acquisto di 185 copie (13,51 euro a copia)

Spesso quste proposte non sono accompagnate dalla garanzia di una distibuzione degna e di una pubblicità decente, né dalla correzione delle bozze, dall’editing e da altri servizi simili.
Che ne dite, non è molto meglio una tipografia? Vi costerebbe molto meno della metà, ne sono certa!

In tutto questo ribadisco che le case editrici sono di certo delle imprese eccezionali, libere di scrollarsi di dosso il rischio d’impresa come un cane bagnato si scrolla di dosso l’acqua.

Naturalmente questi editori si sprecano in complimenti di ogni sorta per accaparrarsi i soldi dell’autore, ma come qualcuno intelligentemente ha osservato: se mi ritengono tanto bravo, perché non spendono un centesimo per puntare su di me?
Immaginate pure quanto valore attribuiscono alla vostra opera se per pubblicarla vogliono migliaia di euro!
Qualche sprovveduto osa invece dire che loro ci perdono. Ah sì? Ma davvero? Beh, forse un ripassino di matematica non sarebbe del tutto da escludere.

Facciamo due conti:
Innanzitutto abbiamo il codice ISBN (non ho idea dei costi), e il deposito legale dei un tot di copie, ma questi sono costi che vengono sostenuti un’unica volta e dovrebbero essere subito coperti da un tot di vendite sicure (di solito un po’ di copie le acquista l’autore, ma state bene attenti: un editore onesto ve le dovrebbe vendere almeno scontate del 50%). Tolto questo,
il prezzo di copertina lo sceglie l’editore, e poniamo un caso in cui scelga di vendere il libro (al pubblico) a 10 euro. La metà esatta di questi soldi va al distributore (5 euro), il 12% circa va all’autore (1,20 euro). Restano 3,80 euro, che dovrebbero essere un po’ di guadagno per l’editore, e un po’ di costi di stampa.
Se poi poniamo il malaugurato caso in cui l’editore non distribuisce nulla, abbiamo quei 5 euro tutti di guadagno. Che ne dite, ci ha perso? Lascio a voi le conclusioni.

Anche senza sapere tutto questo, io al posto vostro mi farei qualche semplice domanda: se l’editore che chiede soldi ci perde, perché lo fa? Per beneficenza??? E quelli che non chiedono soldi, invece, sono del tutto impazziti o sono dei gran beneffatori?
Domande interessanti, non credete?

Non fatevi fregare dalle pubblicità in tv o da quelle sui giornali, e nemmeno dai personaggi famosi che sponsorizzano questa o quella casa editrice; tutto ciò è solo garanzia di una sola verità: pochi non si inchinano di fronte al Dio denaro.

Vendete a caro prezzo i vostri sogni, non svendeteli mai.

Ricordate che pagando sminuite il vostro valore e dimostrate di non credere abbastanza in voi stessi e in ciò che scrivete, e che pubblicare a pagamento è una pessima voce nel vostro curriculum letterario.

Auguro a tutti voi buona fortuna, ma soprattutto vi auguro di avere la forza e la tenacia di credere fino in fondo e concretamente nei vostri sogni. Questa è la vera “impresa eccezionale”…

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Manuale di sopravvivenza per webmaster

Pubblicato da Chiara Vitetta su 18 gennaio 2010

Tra le mie letture recenti, tra romanzi, racconti e saggi, sono riuscita a far entrare anche un manuale in pdf creato da un collega webmaster: Luca Baccari. Ho parlato di lui alcuni mesi fa presentandovi il sito Isola della poesia e Scrittori emergenti, e successivamente informandovi delle sue iniziative, nello specifico i concorsi per poesie indetti da lui.

Luca è un amico, ma soprattutto una persona che stimo. Con i suoi siti informa e dà utilissimi consigli a chi vorrebbe far parte del mondo degli scrittori e dei poeti e non sa come muoversi per evitare fregature. I suoi consigli sono saggi, oculati, ben esposti e completi. Di recente ha scritto “Manuale di sopravvivenza per webmaster” , un insieme di consigli tecnici e non per la gestione di un sito internet, di un forum, di un blog.

L’ho trovato utilissimo, ma anche divertente, perché Luca non si è limitato ai consigli, ma ha anche dedicato una parte del manuale alle strane ricerche che molte persone fanno su internet, e un’altra al “Bestiario”, una sorta di dizionario dei tipi che è possibile incontrare in rete e che possono essere riconosciuti in base alla descrizione e ricordati dal nome azzeccatissimo di animali vari.

Il manuale è scaricabile gratuitamente da qui.

I miei complimenti a Luca per tutto il lavoro che fa, e la mia stima per la passione che mette e che coltiva ogni giorno.

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Il segreto

Pubblicato da Chiara Vitetta su 14 gennaio 2010

Nel maggio del 2009 mi è stato chiesto di scrivere un racconto per una rivista di computer e hacker. Avrebbe dovuto essere attinente almeno in modo generico agli argomenti trattati dalla rivista e non superare i 10000 caratteri. Non ho mai scritto su commissione, e odio i limiti, specie quando scrivo. Mi piace spaziare, potermi esprimere liberamente, non dover stare attenta a quante parole uso per raccontare la storia che mi preme far uscire dalla mia testa. Nonostante questo ho tentato, e dal tentativo è venuto fori Adelmo Greco, un racconto ben riuscito, a mio parere. Finito questo esperimento, mi sono detta: perché non provare a scrivere ancora in modo forzato? Dopotutto basta una piccola idea e un po’ di fatica! E così appena avuta questa piccola idea, mi sono impegnata per trasformarla in un racconto. Il risultato, ritengo, non è buono come per Adelmo Greco, ma tanto male non mi sembra. Beh, avrete modo di giudicarlo voi.
Comunque qualcuno ha subito letto questo racconto e si è lamentato un po’ del finale negativo. Poi mi ha detto: “Perché non riscrivi il finale?”. Ecco, diciamo pure che non sono fan del lieto fine, non lo nascondo mica! Sulle prime ho ringraziato del consiglio e detto che ci avrei pensato, e poi, con calma, mi sono detta: beh, magari riscriverlo per stravolgere il racconto originale no, ma perché non scrivere un finale alternativo? Voi ricordate i fumetti di Topolino con le storie a più finali? Io sì, e mi piacevano molto. Bene, allora ad un certo punto della lettura vi troverete ad un bivio: finale 1 o finale 2??? Finale tragico, o lieto fine? Aspetto il vostro parere qui, qui o in privato al solito indirizzo: webmaster@chiaravitetta.com
Se preferite leggerlo in pdf, potete scaricarlo da qui
:

Buona lettura!

I

Tutto ebbe inizio un pomeriggio d’inverno, quando Daniele scoprì sua madre piangere nella solitudine della cucina vuota in cui passava la maggior parte del suo tempo. Nel suo comprensibile tentativo di non essere scoperta, si era lasciata trasportare da quelle lacrime liberatorie in un momento in cui avrebbe dovuto essere sola in casa, ma il destino, per chi ci crede, aveva deciso diversamente. Destino, caso, crudeltà, giustizia, chissà chi o cosa aveva mosso i fili delle marionette che recitavano in quell’agglomerato di vite chiamato famiglia.
Tutto ebbe inizio quel pomeriggio, e da allora in poi niente sarebbe stato più lo stesso. Daniele si era avvicinato a sua madre pervaso da un misto di preoccupazione e imbarazzo, e questo secondo sentimento, non abbastanza forte da soppiantare l’altro, non gli aveva impedito di chiederle la ragione del suo pianto seppure tra di loro non ci fosse mai stata una particolare confidenza.
Il rapporto tra madre e figlio era buono, ma non particolarmente profondo, né rilassato. Regnava l’imbarazzo dello scontro tra due diverse generazioni, i tabù esistenti nella famiglia ergevano barricate invisibili, le paure e i difetti dei singoli componenti del nucleo familiare, poi, finivano per allontanare quasi completamente un individuo dall’altro. Tutto questo non impediva a Daniele di amare i suoi genitori, né ai suoi genitori di amare lui.
Aveva particolare predilezione per suo padre, un uomo tutto d’un pezzo, ligio al dovere e rispettoso delle regole e della famiglia. Daniele si chiedeva spesso se era all’altezza di un personaggio del genere. Quando era bambino e i suoi diciannove anni attuali gli apparivano lontani anni luce, vedeva suo padre come un eroe e lo amava senza riserve. Gli anni passati e l’età che cresceva avevano dato alle sue idee prospettive diverse da cui guardare prima di formarsi, ma il grande rispetto e l’ammirazione per suo padre non erano mutati. Certo non si sentiva molto capito, né appoggiato nei suoi difficili sogni. A volte si sentiva troppo sotto pressione, ma continuava ad avere grande rispetto per suo padre.
Quel pomeriggio, però, del tutto inaspettatamente, quella figura integra e bella stava rischiando di sgretolarsi davanti ai suoi occhi. Sua madre, inizialmente riluttante, finì poi per sciogliersi al sole delle sue preoccupate domande e gli confidò di credere che suo marito la tradiva, che il padre che tanto adorava aveva probabilmente una relazione con un’altra donna. Daniele si trattenne dal sorridere: gli sembrava così assurdo! Cercò di rassicurare sua madre, che inconsolabile piangeva e si rammaricava di non avere il denaro necessario per fare seguire il marito da qualcuno.
Sulle prime, l’assurdità della situazione chiuse le labbra a Daniele, gli asciugò la saliva in bocca e gli serrò la mascella. Che poteva dire? Era tutto talmente pazzesco! I suoi genitori sembravano andare d’accordo, talvolta litigavano, come ogni coppia d’altronde, ma mai niente di grave. Poi qualcosa dentro di lui era scattato, forse il tarlo del dubbio aveva cominciato a mordicchiare le gambe della sua sicurezza, così senza pensarci due volte aveva proposto a sua madre di calarsi lui stesso nei panni del detective: avrebbe seguito suo padre per scoprire se davvero nascondeva qualcosa.
Sua madre si era calmata, aveva assentito e aveva preparato il tè in un inquietante silenzio. Mentre lo beveva, Daniele si chiedeva cosa fosse quella sensazione scomoda che sentiva dentro. Non calzava bene, la sentiva inadatta, faceva anche un po’ male, come un paio di scarpe strette; ma cos’era? Presto avrebbe scoperto che le certezze sono flebili e precarie, e che si fa presto a cambiare radicalmente idea sulle persone che abbiamo intorno.

II

Seguì suo padre per due giorni, usando la macchina di un amico per non rischiare di essere scoperto. Il primo giorno si sentiva sicuro di sé e non pensava molto a quello che stava facendo, ma già il secondo giorno, quando niente di quello che aveva visto smascherava in alcun modo suo padre, cominciò a sentirsi in torto, come se avesse ingiustamente negato fiducia a chi la meritava in pieno.
Il terzo giorno andò avanti solo per timore di sbagliare e per non deludere sua madre, che mai si sarebbe accontentata di due giorni di pedinamento. Fortuna o sfortuna, decidete voi, tre giorni bastarono.
Erano le sei di un pomeriggio di novembre, era buio e faceva un freddo della malora. Daniele si sfregava le mani tentando invano di scaldarle mentre aspettava che il semaforo gli desse il via libera. Suo padre era poco più avanti.
Lo seguiva da circa un’ora, molto incuriosito dalla strada che stava percorrendo. Era sabato, e suo padre quel particolare giorno della settimana andava sempre ad incontrare i suoi soliti amici al circolo culturale. Così diceva, almeno. Il circolo culturale in questione, comunque, si trovava dall’altra parte della città. Daniele, inquieto e infreddolito, guidava con calma mentre dentro gli si scatenava un principio di tempesta di paura. Cercò di controllarsi e dieci minuti dopo capì dove si stavano dirigendo: i suoi genitori possedevano una seconda casa in periferia. Quando suo padre parcheggiò davanti alla villetta sfitta, Daniele parcheggiò a sua volta, ma abbastanza distante da non essere visto. Teso e con il cuore che batteva un po’ troppo forte, aspettò.
Vide suo padre entrare in casa e chiudersi la porta alle spalle, vide le persiane aprirsi e le luci accendersi, e quando un quarto d’ora dopo non era ancora successo altro, Daniele si chiese che diavolo ci facesse lì. La prima ipotesi era stata quella di un incontro con una donna, ma lei dov’era? Trascorsero altri minuti, finché alle sette precise una donna che teneva una bambina per mano percorse lentamente la strada dirigendosi verso la casa. Daniele osservò le due figure: qualcosa stonava nel quadretto che gli si presentava davanti agli occhi. La donna, circa trentacinque anni, alta, con lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, sembrava nascosta dietro pensieri pesanti come una tenda spessa che copra segreti inviolabili. Teneva per mano la ragazzina, che poteva avere al massimo dieci anni, come se le potesse scappare da un momento all’altro. Madre e figlia, così le aveva classificate Daniele appena le aveva viste entrare nel suo campo visivo.
La bambina aveva gli occhi spenti; occhi che un bambino non dovrebbe mai avere. La visione di quelle due figure lo sconvolse senza fargliene capire la ragione e mentre con uno strano peso sul cuore le osservava camminare, dimenticò il motivo per cui si trovava lì. Della bambina non riusciva a vedere altro che gli occhi, come se il resto di lei fosse offuscato dall’espressione spenta. Poi eccole raggiungere la casa di suo padre. Daniele aggrottò la fronte e scosse la testa: non capiva. Mentre cercava disperatamente di non farsi un’opinione, perché nel fondo di sé sapeva bene che poteva farsene solo una che non avrebbe mai accettato, osservò la porta di casa che un attimo prima aveva inghiottito madre e figlia. Trascorsero cinque lunghissimi minuti prima che la porta si riaprisse per sputare fuori da quella casa la madre della bambina.

III

Daniele rimase immobile e attonito davanti alla casa. Non si concesse alcun pensiero, si costrinse invece a sigillare la mente e aspettare. Alle otto, un’ora dopo l’arrivo della bambina, la donna tornò. Bussò alla porta, e suo padre aprì.
Si stava abbottonando la camicia.
Si voltò come per chiamarla, e lei apparve con i suoi occhi spenti. La madre la prese per mano e Daniele le vide andar via così come erano arrivate. Lui richiuse la porta e riapparve pochi minuti dopo, come se non avesse fatto nulla di male, lustro e sereno come non avrebbe mai dovuto essere, come se stesse tornando a casa dopo un incontro con gli amici al suo dannato circolo culturale. Daniele non lo seguì, rimase fermo con lo sguardo fisso, ancora senza concedersi alcun pensiero. Tornò a casa solo molte ore dopo e solo dopo essersi scolato due o tre birre di troppo nella solitudine di un bar poco frequentato.
Passò la notte senza chiudere occhio, tormentato dal ricordo di quello che aveva visto e schiacciato dalla costrizione di non permettersi di elaborare i fatti appresi.

IV

Nascose tutto a sua madre; mentì spudoratamente ed evitò di incrociare suo padre con svariate scuse più o meno accettabili. Riprese a seguirlo anche se faceva male, anche se non sapeva cosa altro avrebbe visto. Non accettando e non elaborando non aveva idea di cosa avrebbe dovuto fare o non fare: come un automa continuò il pedinamento per una settimana, e il sabato la scena della settimana precedente si ripeté. Tutto uguale, perfettamente. Con la testa china sul volante scacciò le lacrime pesanti che stavano in agguato dietro ai suoi occhi, strinse i pugni e si costrinse a non cedere. Tenne duro per un’altra settimana, e il sabato seguente, di mattina, dopo aver preso all’insaputa di sua madre l’altra copia delle chiavi della seconda casa, vi si recò. Posizionò due telecamere, una in camera da letto, l’altra in soggiorno, e le nascose a dovere. In casa tutto era in ordine.
Si impedì di guardare nei cassetti alla ricerca di prove tangibili, ma strinse forte i pugni, scacciò ancora le lacrime ed uscì. Il sollievo, lontano da quella casa, fu immediato. Era come se tra quelle mura vivesse il peso del crimine orrendo che era stato perpetrato. Quel giorno non seguì suo padre: rimase a casa e bevve.
Alla quarta birra le lacrime erano indietreggiate e i pensieri scivolati oltre, inafferrabili.
Così voleva che fosse.

V

Domenica mattina, dopo aver dormito solo qualche ora e solo per sfinimento, andò a prendere le registrazioni delle telecamere. Non voleva vederle, ma doveva. Sarebbe andato fino in fondo? Doveva farlo. Il peso del crimine era ancora lì, palpabile, come una coltre di fumo nero che intasa i polmoni e toglie il respiro. Si sentiva come intossicato. Recuperò le due telecamere e corse via, lontano da quel luogo sporco e da quell’aria irrespirabile.

Finale 1

Finale 2

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Scrittore e lettore a confronto

Pubblicato da Chiara Vitetta su 11 gennaio 2010

Poco tempo fa, dopo la mia partecipazione alla fiera della piccola e media editoria di Roma, una persona che ha comprato L’oblio della ragione mi ha mandato un’ e-mail per farmi avere, così come avevo chiesto, un parere sincero sul libro.

Le critiche possono essere costruttive se mosse con intelligenza, e da questa e-mail è nato un confronto interessante al punto tale da farmi decidere di proporre a questa persona di rendere pubblico il nostro scambio di idee. Lei ha accettato, così ora potete leggerlo anche voi.

Maria Grazia:

Gentile Chiara,
ci siamo conosciute alla Fiera della piccola e media editoria a Roma. Ho letto il tuo libro e volevi il mio parere. Il genere horror è molto più familiare alla tua generazione che alla mia. Voi siete cresciuti nella visione di una violenza spettacolarizzata, confinata in una dimensione estrema, quasi onirica. La mia generazione più brutalmente ha conosciuto la violenza in diretta, in famiglia attraverso le botte di papà o la pedofilia di zii e di amici di famiglia. I bambini non avevano il telefono azzurro né l’Unicef. Nel mondo occidentale oggi si vede più violenza nel mondo di quanto non la si viva.Questo per dirti come l’incontro tra scrittore e lettore è anche mediato dalle diverse esperienze di vita.

Si vede che sai tenere la penna in mano e che ci metti energia nella scrittura. Io ho sentito più i fantasmi della paura che la paura vera. La paura minacciata di uno squilibrio ecologico totale dove tutto può accadere. Non ho capito bene l’intreccio dei destini tra i rapinatori e la famiglia di Curtis che sembra essere, oltre che un simbolo del male, anche quello di una purificazione. Distrugge sia i genitori che lo amano che Jordan che non ha saputo dare un qualunque senso decente alla sua vita. Tu il mostricciatolo lo hai visto come puro male, come vendetta o come catarsi?

Per il primo racconto dal titolo emblematico Giustizia siamo nella cronaca. Nella descrizione di Matt e Lucas mi sono mancati i dettagli che fanno la differenza. Sono coprotagonisti, uno è l’antagonista dell’altro? C’è comprensione o conflitto tra i due? Uno è biondo e l’altro è bruno o sono tutti e due biondi? A un livello più profondo del testo esiste sempre quello che viene chiamato sottotesto, che alla fine, pur non detto, è il messaggio nascosto che resta nella mente dei lettori. Il tuo sottotesto è eversivo. Tu dici che di fronte a certa violenza, che uccide quel che tu hai di più caro, non si può non reagire con la condanna a morte dell’aggressore anche se il prezzo da pagare è la propria stessa morte. Non vi è nessun personaggio nel tuo racconto che mostra un’alternativa, una via d’uscita diversa. In un momento in cui la magistratura mostra tutte le sue debolezze verrebbe voglia di essere d’accordo con te ma pensiamo anche che il corpus legislativo non è naturale ma culturale. In tutte le civiltà tribali vi è la faida, l’occhio per occhio dente per dente. Per uscire da questa ferocia naturale vi sono secoli di pensiero e di disciplina. Allora, tu scrittrice eri consapevole di stare tirando fuori un bel affare? Ricordo un vecchio film, forse si chiamava Fuoco di paglia in cui a un uomo mite di carattere dei violenti gliene facevano di tutti i colori e lui piano piano si trasformava in violento con il plauso del pubblico.
Come maneggiare questo materiale incandescente? Tu sei favorevole alla pena di morte? Forse ti sto stuzzicando ma davvvero credo che lo scrittore sia il mestiere più difficile del mondo e che per fare i salti di qualità occorre una consapevolezza pazzesca del materiale che si tratta. Ci vuole un fisico bestiale…no…ci vuole una coscienza bestiale! Auguri!

Chiara Vitetta:

Ciao Maria Grazia,
ti ringrazio molto di esserti presa la briga di scrivermi, non molti lo fanno, bloccati dalla pigrizia o da chissà che altro. Grazie,
insomma. :-)
Forse è vero che l’horror è più familiare alla mia generazione, però non ci giurerei: non mi sono mai sentita parte della generazione a cui appartengo, ma sempre fuori da molti schemi, gruppi e via dicendo. Credo che la visione della violenza spettacolarizzata di cui parli sia più di questi tempi che non della mia adolescenza (tempo in cui ci si forma di più, ritengo). Purtroppo devo dire che anche noi abbiamo vissuto la pedofilia e le altre violenze, in famiglia soprattutto. Non
parlo di me, ma di varie persone che mi circondano.
Abbiamo conosciuto tante cose, ma qui nella mia città (Vibo Valentia, piccola provincia del sud) abbiamo conosciuto soprattutto la sfiducia. Si trattava di sfiducia nei sogni, nelle speranze e nell’elevarsi ad un sistema di vita diverso. Non so nel resto d’Italia, ma per me questo è stato il male peggiore della mia generazione.

Io ho lottato da sempre, perché ho la fortuna di avere un carattere forte e ribelle, e di essere una sognatrice con la S non maiuscola, ma scritta a caratteri cubitali nel mio DNA.

Credo che l’incontro tra scrittore e lettore non sia tanto mediato dalle diverse esperienze di vita, quanto dal modo di esprimersi, di sentire e pensare. Se vogliamo ridurre in modo molto semplice il concetto, possiamo dire che sono gusti, ma è molto riduttivo.

Saper tenere la penna in mano è già una bella cosa da sentirsi dire, e ti ringrazio. Non ho capito bene se il libro ti è piaciuto, se ti ha coinvolta, se ti ha dato qualcosa, ma credo che chiarirai i miei dubbi in una prossima e-mail. Lo spero, quantomeno.

L’intreccio tra la famiglia di Curtis e il ladro è stato per me puro piacere, esercizio di stile, esperimento… tante cose, ma
principalmente, e non so se puoi capire cosa intendo, è solo che la storia doveva andare così. Il mostro non era puro male, non era catarsi, era il pretesto tragico per narrare la follia che può impossessarsi di una persona cosiddetta normale. Era una cosa assurda che ha portato a numerosi delitti, insomma.

Riguardo “Giustizia”: avrai notato la notevole diversità di stile.
Rispetto a “Blackout” e a tutto quello che ho scritto dopo, è molto semplice, a volte quasi scarno. Questo racconto è stato il primo vero racconto che ho scritto. Avevo diciotto anni, sapevo già di voler fare la scrittrice ma non avevo ancora molta esperienza. Mi è piaciuto scriverlo, trovo che sia bello da leggere e che possa dare molto, e con la maggior parte dei lettori è stato così. La mancanza di dettagli era voluta: non mi piace soffermarmi sul colore dei capelli o degli occhi: le poche essenziali e decise pennellate le preferisco di gran lunga. Suppongo che sia il mio stile, in effetti.
Matt e Lucas non sono coprotagonisti né antagonisti. Matt è decisamente il protagonista della storia, ma Lucas è quasi solo una
comparsa, seppure importante. Se ci sia tra loro comprensione o conflitto dovrebbe essere chiaro dalla lettura, e se così non è tre sono le possibilità:
- o non sono stata abbastanza brava a spiegarlo;
- o non eri abbastanza attenta mentre leggevi;
- o non era importante ai fini della storia.

Poi… Tu hai scritto questo: “Tu dici che di fronte a certa violenza, che uccide quel che tu hai di più caro, non si può non reagire con la condanna a morte dell’aggressore anche se il prezzo da pagare è la propria stessa morte.”
No Maria Grazia, non ci siamo! Io non dico niente! Io sto raccontando una storia, è il protagonista della stessa che esprime in vari modi questa idea, non io! Io voglio mandare un messaggio, questo sì, ma non è quello che hai colto. Molti lettori fanno questo errore (non mi riferisco ai lettori del mio libro), e devo dire che è abbastanza fastidioso. Non si deve dimenticare che è un racconto, o un romanzo, vale a dire un’opera di fantasia, e come tale, io posso scrivere anche esattamente l’opposto di ciò che penso e far fare ai miei personaggi l’opposto di ciò che io farei. Dovresti pensare ad uno scrittore come ad un attore che impersona i personaggi di cui scrive: può calarsi nei panni di un assassino ma non avere di suo alcuna tendenza violenta, o scrivere nei panni di una donna essendo un uomo e viceversa. Posso scrivere cose orrende che mai neppure penserei di fare, ma il lettore deve sempre tenere a mente che sto in qualche modo recitando una parte.

C’è qualcosa di me in quello che scrivo, molto o poco non ha importanza, ma non è tutto ciò che sono, sia chiaro.

Personaggi che mostrano un’alternativa non ce ne sono, questo è vero, e anche qui si tratta di una scelta che qualifica il mio stile. Non mi piacciono i finali lieti e non mi piacciono le soluzioni facili. A volte mi piace calarmi nel mondo inventato ma probabile di chi vie d’uscita non ne ha, e spesso tutto questo è molto più vicino alla realtà di quanto si creda.

Mi chiedi se ero consapevole di tirare fuori un bell’affare.. sì, lo ero! Con l’esperienza di oggi “Giustizia” l’avrei scritto meglio, e avrei avuto modo di insistere ancora di più su cose che lì non sono esplicitamente espresse.
Cosa faresti tu al posto di Matt? Credo che in molti penserebbero di fare ciò che lui ha fatto o qualcosa di simile. Io ci penserei, te lo confesso. Se poi aggiungi che viviamo in un periodo in cui l’impunità è quasi la norma e la legge quasi non viene applicata, ecco che la voglia di distruggere l’oggetto del dolore e farsi giustizia da sé spunta tra le nostre voglia. O potrebbe farlo… il confine, poi, è alquanto sottile.

Io non sono favorevole alla pena di morte, ma quando sento certe cose, ti assicuro che il sangue bolle nelle mie vene e penso seriamente che la corda che si continua a tirare prima o poi si spezzerà. Un delitto non punito oggi, un altro non punito domani, e vedrai che un giorno o l’altro chi si fa giustizia da sé riceverà un applauso. Quel racconto vuole dire molte cose, tra cui anche questa: attenzione a ciò che sta succedendo, perché ogni azione ha le sue conseguenze, e credo che stiamo veramente precipitando verso qualcosa di brutto ma di inevitabile. Prima o poi la corda si spezzerà e l’indignazione, la frustrazione e il dolore sapranno fare la giustizia che chi di dovere non applica.

Beh, credo di avere risposto a tutto.
Ti ringrazio della e-mail e della stimolante discussione.

Buona serata!

Maria Grazia:

Cara Chiara,
ti difendi molto. Mai penserei di citare in giudizio uno scrittore che scrive di delitti! Il fatto è un altro, che volenti o nolenti è impossibile non inviare un messaggio insieme a quello che dicono o fanno i personaggi. Non direttamente prendendo alla lettera le loro parole ma attraverso il meccanismo dell’identificazione cosa che conoscono benissimo tutti quelli che si occupano di psicologia di massa. Noi proiettiamo sugli altri come su degli schermi le nostre paure, idiosincrasie, speranze. Il tuo libro mi è piaciuto perché mi ha fatto riflettere, solo in questo senso l’ho trovato acerbo che non trovo sia un’accusa per una giovane. Lo scrittore deve imparare, perché se vuole scrivere deve mettere più responsabilità nelle sue parole, a intuire il gioco delle identificazioni nei suoi lettori.

Certo che bolle il sangue di fronte alle ingiustizie e al Male ma dare una risposta collettiva ragionata per rendere più sereno il clima sociale è meglio che la giustizia fai da te che non si sa dove va a finire. Il tuo protagonista essendo una vittima totale chiama a sé tutte le identificazioni proiettive dei lettori a meno che uno non si dissoci e non voglia nemmeno leggerlo. Questa radicalizzazione dei problemi lasciamola fare ai politici, non facciamola noi che scriviamo! Sarebbe bastata una dialettica tra più personaggi per rendere conto della pluralità dei punti di vista. Tu dici: ma di fronte al Male non c’è pluralità. Ci deve essere fermezza ma non è che la spirale della violenza sia la cosa migliore che l’umanità abbia inventato! Per legittimarlo a uccidere rendi Matt iperrealista ovvero sei più realista del re. Infatti la sua ragazza si suicida per avere subito uno stupro con oltraggio.
Non giustifico in nessun caso lo stupro che è un crimine odioso fatto su chi non si può difendere ma so che per quanto grave sia il danno non vi sono molte donne nel mondo che si siano uccise e oggi ancora di più che vi è il sostegno della legge e il supporto sociale da parte di specialisti e di terapeuti. Nel mondo vi è anche parte di bene che cerca di riparare, di guarire, di solidarizzare.

Non è solo macelleria. Io voglio sperare.
Un caro saluto

Chiara Vitetta:

Finora non ho avuto il tempo di rispondere ancora a Maria Grazia, e vorrei farlo qui, in vostra presenza. Più che difendermi tenevo molto a spiegare le mie ragioni e alcuni miei pensieri perché non mi piace essere fraintesa. Spero di aver reso ogni cosa così come la penso.

Tu dici bene Maria Grazia, non è solo macelleria, e sperare è essenziale, ma non è richiesto a nessun essere umano dare tutti i punti di vista possibili su qualcosa. Ognuno, a suo modo, dà il suo contributo, e a volte è esagerando le cose che si permette a qualcuno di aprire gli occhi, di capire certe verità o situazioni che dovrebbero essere ovvie, ma purtroppo non lo sono. Quello che sciocca, colpisce, spaventa, nella comunicazione è utile. Ovviamente tutto con le dovute regole ed eccezioni, ma sempre con l’intelligenza a fare da base.

Beh, è tutto! A te un grazie per aver acconsentito alla pubblicazione di queste e-mail, e a chi segue il mio sito un grazie per la fedeltà con cui legge lgiorno per giorno i post che pubblico. Pochi commentano, ma tanti mi seguono; così almeno dicono le statisciche.  Abbraccio virtualmente ognuno di voi. :-)

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